SEGNALI DEBOLI
In ogni epoca storica, specie se è un’epoca di passaggio, di
crisi, sono contenuti i germi dell’epoca successiva.
Se li si riconosce, è quindi possibile farsi un’idea dei “megatrends”
del futuro cui ci si sta affacciando.
Nel caso nostro, a prima vista si vede un gran casino, e
sembra che tutto stia andando a catafascio.
Non è mica la prima volta. Per esempio, chi avesse osservato
il mondo nel 1940 sarebbe stato fortemente tentato di preconizzare un nuovo
medioevo dominato dalla barbarie nazista, con le democrazie avviate al declino.
Ma ad uno sguardo più attento, si sarebbe potuto vedere che il nazifascismo non
avrebbe potuto imporsi se non con la forza, avendo esaurito l’espansione in
termini di consenso, e che era folle pensare che due sole potenze (Giappone e
Germania, lasciamo stare l’Italia che tutto era men che potente) potessero
sconfiggere una coalizione di proporzioni mondiali.
Oggi abbiamo iniziato a vivere nel disastro causato da trent’anni
di ideologismo neoliberista, che ha sedotto le masse (e purtroppo molti
intellettuali) con l’idea che per produrre ricchezza bisognasse prima mettere
il popolo alla fame e per produrre benessere occorresse smantellare il Welfare.
Una grande scusa per consentire ai ricchi di essere sempre più ricchi sulle
spalle di tutti gli altri, e di saccheggiare e distruggere l’ambiente a mani
basse.
Eppure i segnali positivi, a volerli vedere, ci sono. L’ideologia
della destra americana è in ritirata. In USA i candidati repubblicani che si
contendono l’onere di sfidare Obama alle presidenziali di novembre sono tre
macchiette patetiche, e sono patetici proprio perché sono così estremisti da
essere delle caricature. Come se da noi si candidasse Borghezio al Quirinale,
per dire. In Europa, Sarkozy e la Merkel sono in seria difficoltà coi loro
elettorati, e se è vero che l’onda montante degli euroscettici sembra lì lì per
avere partita vinta, in realtà l’ha perduta (ieri sera a 8 ½ persino Salvini
della Lega ammetteva a denti stretti che non si può uscire dall’Euro). In tutto il mondo la gente reclama più
democrazia, più diritti, e udite udite, meno liberismo sfrenato. Il folle
innamoramento per la figura del supermanager rampante e senza scrupoli, che ci
ha condotti a questo disastro, è tramontato, e i popoli occidentali guardano ai
capitani d’impresa con critico distacco. Persino in Cina gli operai iniziano a
scioperare per avere più diritti, e in Nord Africa sono caduti un bel po’ di
regimi, e non per mano dei fondamentalisti islamici, che invece sono piuttosto
in difficoltà anche a casa loro.
Da qualche anno a Stoccolma non si danno più premi Nobel per
l’economia a buontemponi che straparlano di curva di Laffer e simili amenità. In
Italia si ricomincia ad indignarsi per il furto, la corruzione, persino per l’evasione
fiscale.
Dove condurrà tutto questo, non si sa ancora. Però vedo più
motivi di ottimismo (cauto, ma ottimismo), in questo 3 gennaio 2012 che –
poniamo – a capodanno del 2008.
