condannato berlusconi
Blog politico-valoriale sull'Italia di oggi. Diario di un patriota di sinistra. In origine, si chiamava "Operazione Verità".
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venerdì 2 agosto 2013
giovedì 1 agosto 2013
I HAVE A DREAM
HO UN SOGNO: VIVERE PER
UNA VOLTA IN UN PAESE CIVILE
Ragazzi, manca poco alla sentenza, minuti forse.
Parlando con amici di sinistra, sento speranza e paura. Speranza che lo condannino, paura per le conseguenze: "e se il PD si spacca? E se cade il governo? E se lui se ne inventa una delle sue? E se riesce a far credere all'elettorato ancora una volta di essere innocente e perseguitato?"
Signori: a me interessa che lo condannino.
Non perchè é Berlusconi, ma perché è colpevole.
E in un Paese civile, tutte le altre considerazioni non devono interessare magistrati, nemmeno quando, come in questo caso, sono sottoposti a una pressione mediatica preventiva spaventosa.
Se il PD si spacca, mi spiace per il PD. Se cade il governo, non so se mi spiace, dato che sinora non ha fatto granché. E morto un governo se ne fa un altro (alle elezioni non si credo che si vada).
Lui se ne inventerà di sicuro unna delle sue, che avrà certo come fulcro il solito messaggio in cui si atteggerà a perseguitato politico. Ma tanto lo farà comunque, anche se venisse assolto.
Quindi, che lo si condanni, e con i suoi bei tre anni di interdizione.
La legge deve essere uguale per tutti.
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lunedì 15 luglio 2013
Basta coi razzisti
VA' A CASA TUA, CHE E' MEGLIO
Lega sei alla frutta, fattene una ragione.
Che dire però di Calderoli, se non che è da secoli che affermo
che la lega è razzista, e infatti è dal suo ventre che escono con regolarità
rutti e rigurgiti razzisti – quando non addirittura neonazisti? Ma c’era
bisogno di quest’ultima oscena pagliacciata, di questa demente uscita del
porcellatore padano, per giungere a tali conclusioni’ Sono vent’anni, signore e
signori, che questi analfabeti, questi violenti demagoghi, questi nazisti
inconsapevoli (spero inconsapevoli almeno), ci propinano con impressionante
regolarità i loro deliri antiimmigrati, antimeridionali, antiomosessuali,
anticomunisti, antieuropei, anti-tutto-ciò-che-par-loro-diverso. E mi son sentito rispondere per vent'anni di non esagerare, che quelle del Bossi erano solo "provocazioni", battute. Dimenticando che anche il nazismo potè attecchire su decenni di provocazioni e battute. E tutto accadeva, in questi vent'anni in Italia, con la
compiacente e a volte ghignante e compiaciuta complicità dei sedicenti “moderati”,
quelli del PDL. E ahimè, con la colpevole ignavia della sinistra. C’è solo da
sperare che la misura sia colma.
A proposito di sinistra, e del PD
Si è detto e scritto di tutto, al riguardo, negli ultimi
anni. Credo che il paradosso della sinistra, apparentemente inesplicabile,
possa essere riassunto così: in un ventennio in cui la concorrenza (leggi: la
destra, il centrodestra italiano) ha dato di sé lo spettacolo peggiore che una
forza politica possa dare di sé, dimostrando una incredibile incapacità di
governo ma anche una stupefacente indifferenza (se non peggio) verso la
Costituzione e le regole democratiche, una forza contrapposta appena normale
avrebbe dovuto vincere tutte le elezioni a mani basse.
Invece la sinistra ha solo saputo dividersi tra imbelli (incapaci persino di denunciare ad esempio il razzismo leghista), massimalisti che oggettivamente favorivano la paura dei komunisti insita nell’elettore medio (vero Bertinotti?) e anime belle, aduse a parlar forbito nei dibattiti rivolti agli intellettuali, ma senza mai farsi sentire dal popolo.
Come mai?
Invece la sinistra ha solo saputo dividersi tra imbelli (incapaci persino di denunciare ad esempio il razzismo leghista), massimalisti che oggettivamente favorivano la paura dei komunisti insita nell’elettore medio (vero Bertinotti?) e anime belle, aduse a parlar forbito nei dibattiti rivolti agli intellettuali, ma senza mai farsi sentire dal popolo.
Come mai?
“La solita, cronica divisione interna che affligge la sinistra dal congresso di Livorno in poi”, si dirà, e in parte è vero. Ma temo ci sia dell’altro.
Temo che ci sia stata una paura folle. Una paura che indusse la classe dirigente (si fa per dire) del PDS-DS-PD a venire a patti col nemico percependolo “troppo forte”, per cui ci siamo raccontati per vent’anni che “ad attaccare Berlusconi si fa il suo gioco”, che era meglio sorvolare su ineleggibilità, conflitto d’interessi, leggi ad personam e via vomitando, per la paura di venire aggrediti e distrutti dall’enorme potere mediatico-politico-economico del Caimano che, non va dimenticato, disponeva di appoggi potentissimi, dagli USA di Bush al Vaticano ai salotti buoni della finanza italiana e - quand'era al governo - degli immancabili Servizi deviati.
Un fondo di verità quindi c’era, e la paura aveva un suo fondamento, visti i casi Boffo e Mitrokin, per non parlare dell’intercettazione a Fassino.
Ma porca vacca, avrei voluto vedere un partito con la
schiena dritta. Perché potevamo perdere uguale, come è stato per vent’anni. Ma
c’è modo e modo.
PS. Ciò non toglie che ritornerei a votare PD su una gamba
sola, se si votasse domani. L’alternativa è regalare il Paese ai soliti noti.
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martedì 11 settembre 2012
USA, Europa, Italia e civiltà
RESA DEI CONTI GLOBALE?
Mi ero proprio stancato. Ed è per questo che, per un po', non ho più scritto qui. Anche perché mi sono esaurito i nervi in una estenuante diatriba con alcuni fascistoidi mezzi matti su You Tube: per capirci, gente che crede che gli ebrei controllino le nostre menti via radio, che Mazzini fosse satanista, e via delirando.
Ora qualche riflessione mi urge, però.
a) In USA: Battaglia di civiltà. Obama il progressista contro una copia di Berlusconi in salsa Yankee. Da una parte un presidente non brillantissimo, di sinistra ma per quanto glielo consente un paese come gli USA di oggi, cioè poco.
Dall'altro, un evasore, uno che è nato riccastro e ora è ricco sfondato per aver comprato e venduto aziende senza mai produrre un posto di lavoro, anzi lasciando sul lastrico un sacco di gente. Uno che pur di conquistare la Casa Bianca è disposto a negare il diritto all'aborto, per dire. Insomma, peggio (se è possibile) di Giòrg Dàbliu. Il che è tutto dire. Per fortuna i sondaggi danno Obama in vantaggio. Ma la pancia dei profondi USA, quella razzista e con il mito della pistola in tasca, quella che ha paura dei comunisti ma non sa cosa il comunismo sia, è sempre in agguato, pronta a svegliarsi. Speriamo bene. Perché se torna al potere il neoliberismo selvaggio in USA sono cavolacci amari per tutti. Anche per noi.
b) In Europa: Altra battaglia di civiltà tra due idee di Europa. Da una parte riprende fiato l'idea che il mercato NON ha sempre ragione per definizione, che il federalismo ha senso se è solidale e che l'Unione Monetaria senza Unione Politica è una fesseria. Alla buon'ora. Dall'altra si agitano furibondi e disperati i paladini del neoliberismo (aridàjie!), i nazionalistucoli da strapazzo come quel deficiente fascista del presidente ungherese, spalleggiati, va da sé, dai localisti egoistici come la Frega Nord da noi. Di qua, Egalitè. Di là, Fregali Te.
Anche qui, speriamo bene. Qualche speranziella per un lieto fine ce l'ho, anche se si tratta di un lieto fine che arriva dopo vent'anni e passa di disastri perpetrati dai pazzoidi delle destre di oggi, i quali (aiutati da una sinistra un po' dovunque sottomessa) hanno fatto strame di ogni concetto di unità sociale in nome del Mercato. Se c'è un Dio prenderà a calcinculo Reagan, la Thatcher, Milton Freedman, e compagni, anzi no: camerati.
c) In Italia: Solita battaglia per il cadreghino. Davanti a tutto 'sto po' po' di casino mondiale, nessuno che ponga al centro del dibattito politico nulla di quanto sopra. Ci si scanna sulla responsabilità civile dei giudici o sulla formula con cui andare a votare: mattarellum, proporzionale, collegi, e altre amenità.
Non spero granché salvo che non ritorni in qualche modo a condizionare la politica il delinquente di Arcore o qualche fascistucolo in camicia verde. Tutto è meglio fuorché loro. Persino che continui Monti.
sabato 3 marzo 2012
Avanti il prossimo.
E DOPO BENITO E SILVIO...?
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| Un raduno di Balilla |
Boh, sarà che a quasi 53 anni comincio ad avere la sensazione (ahi
ahi…) di aver già visto tutto.
Ma sta di fatto che in questo periodo mi sembra di essere in
qualche modo tornato al ’91-’92. Massì, dài, mi riferisco a quel diffuso
sentimento di incazzatura, di disillusione, che derivava dallo spettacolo
indecoroso della politica sul finire della Prima Repubblica. Qualunquismo a tonnellate (per la serie: “è
tutto un magna magna, son tutti uguali” - oggi lo chiamerei “tuttugualismo”).
Ma anche la speranza. Allora essa era riposta dai più (e da
me tra loro) nell’opera meritoria e donchisciottesca della Magistratura (“Di
Pietro facci sognare”). Oggi nella ritrovata serietà di un governo di cui si
può lecitamente dire di tutto, meno che non sia – finalmente – un governo
normale, degno di stare alla pari con quelli degli altri Paesi europei e non
solo.
E allora?
E allora niente, insieme alla speranza – vuoi vedere che
stavolta ci trasformiamo in un Paese decente, dopo tutto l’Italia ha dato il
meglio di sé nelle Ricostruzioni – insieme alla speranza, dicevo, ho paura.
Si, perché dalle macerie della Prima Repubblica sorse,
anziché un’Italia più onesta, il potere del Cavaliere Nero, che devastò per
quasi vent’anni il mio Paese con attentati alla Costituzione e ai diritti
civili, con lo sdoganamento del peggiore razzismo e del più becero neofascismo,
con una politica economica folle e classista, ma anche con una politica estera
da barzelletta. Un potere che non so se passerà alla Storia più per il
malaffare, peggiore persino che con Craxi e Andreotti, o per la sua incapacità
ed inettitudine (e su questo, ahimé, non c’è confronto se non, forse, nel
regime fascista).
Proprio come era già avvenuto nel periodo ’19-’22 (e chi ha
studiato la Storia non ha bisogno di spiegazioni).
Mi viene da chiedermi, con angoscia crescente, a chi adesso
toccherà raccogliere il testimone di Benito e Silvio. Ci toccherà il solito dittatorucolo
da strapazzo? O il solito ladro matricolato? O ancora, il solito cialtrone
incapace ma bravissimo a incantare le masse? O un concentrato di tutte e tre le
cose, come è successo con il bungabunghista di Arcore?
Poi penso che però la temperie storica è diversa. Forse la borghesia italiana, il Vaticano, gli
USA, i poteri forti, hanno capito che è meglio un Monti, per i loro interessi,
che un Berlusconi.
Berlusconi, mi dico, non è più al potere (ne ha ancora, di
potere, ma una cosa è avere potere e un’altra è essere al potere, non so se mi
spiego): ma non ha ancora lasciato la scena politica, e con lui nemmeno l’altro
cialtrone, Bossi. Questo rappresenta un bel “tappo” elettorale, visto che messi
insieme rappresentano ancora un terzo dei voti… E quindi non c’è spazio, per
ora, né per qualcosa di peggio (???) né per qualcosa di uguale ma
apparentemente diverso.
Forse non mi resta che augurare alla Lega, e al PDL un lunga,
lunghissima agonia.
Magari, nel frattempo, si diventa davvero un Paese normale.
Forza Italia.
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mercoledì 11 gennaio 2012
Eteroidioti
Leggo,
sul sito de La Repubblica, le sconcertanti affermazioni di uno che la psiche
umana dovrebbe conoscerla bene. Dovrebbe.
L’articolo
è lungo, ne cito tra virgolette solo i passi più importanti – in grassetto i
miei commenti:
I gay
secondo lo psichiatra Bruno
"Sono malati, persone non normali"
Il professore - ospite
abituale dei salotti televisivi - contesta l'Oms. E sui genitori dei ragazzi
omosessuali dice: "Sono traumatizzati, mentono se dicono di accettare la
diversità dei loro figli"di MARCO
PASQUA
“I
gay come malati da curare, individui "non normali", assimilabili alle
persone disabili. Francesco Bruno, criminologo, psichiatra e docente
universitario (a Salerno e alla Sapienza di Roma), torna ad offendere le
persone omosessuali. A nulla è valsa una denuncia all'Ordine dei Medici, due
anni fa, da parte di Arcigay, relativamente ad alcune affermazioni in cui
contestava la depatologizzazione dell'omosessualità decisa, nel 1990,
dall'Organizzazione mondiale della Sanità.”
Parlando “dalle pagine virtuali di Pontifex, blog che ospita spesso dichiarazioni omofobiche nei
confronti di gay, lesbiche e trans gender”, dice: “L'omosessualità è
"anormalità", sentenzia: "Siamo nel campo,
quando
la omosessualità non viene scelta volutamente, di anormalità funzionali essendo
il sesso volto naturalmente alla procreazione.”
Dal
che si deduce che l’omosessualità è anormale, a meno che uno la scelga. Se è una scelta,
l’orientamento eterosessuale, evidentemente, smette di essere volto
naturalmente alla procreazione.
Illogico,
ovviamente. Ma aberrante che si sostenga che uno scelga la propria sessualità
come il menù al ristorante. In realtà, sotto sotto, costui pensa che l’omosessualità
sia una tentazione…
“L'omosessuale
nato lo è per un disturbo di personalità legato, probabilmente, ad una errata
assimilazione dei ruoli dei genitori, o anche a cause organiche che sarebbe
complicatissimo spiegare.”
Omosessuale
nato? Ma se è “nato” omosessuale, è una questione genetica, cosa c’entra l’errata
assimilazione dei ruoli? Mah.
Naturalmente poi, quale sia la corretta assimilazione, questo lo stabilisce lui.
Naturalmente poi, quale sia la corretta assimilazione, questo lo stabilisce lui.
“Tuttavia,
è nella stessa situazione, dal punto di vista concettuale, di chi è
handicappato, sordo o cieco. Per queste categorie, con una certa ipocrisia si
dice diversamente abili, non vedenti e simili. Il gay è diversamente orientato
per la sessualità e quel diversamente la dice lunga sulla normalità".
Eh no, razza di
deficiente: qui si parla di comportamenti, non del funzionamento del nostro
organismo. E definire anormali dei comportamenti che non fanno del male a
nessuno è – questo sì – deviante.
“Lo
psichiatra spiega anche di aver assistito molti genitori di ragazzi e ragazze
omosessuali. A suo dire tutti traumatizzati dall'orientamento sessuale del
figlio o della figlia”
E ti
credo che sono traumatizzati da questo fatto, se li ha assistiti (sic!)uno
psichiatra con queste idee per la testa…
" Per due genitori, sapere che il proprio figlio ha
questa orientazione, è un trauma anche grande. Magari lo superano o riescono ad
elaborarlo, ma il colpo è molto forte. Questo fatto denota che anche a livello
di comune sentire, e non è roba da poco, la omosessualità va considerata
anormalità".
Questa
poi è bellissima: siccome “nel comune sentire” l’omosessualità e anormale,
allora v uol dire che essa è anormale davvero. Peccato che il comune sentire,
in passato, dicesse che la terra è piatta, che il sole gira intorno ad essa,
che a masturbarsi si diventa ciechi, e via elencando.
Da
medico e docente universitario (secondo il curriculum pubblicato on-line è
professore straordinario presso l'Università degli Studi di Salerno e docente
di psicopatologia forense e criminologia presso la "Sapienza "
di Roma) non si fa neanche troppi problemi quando si tratta di attaccare l'OMS:
"Quando i colleghi americani hanno sdoganato l'omosessualità dalle
patologie, hanno fatto un grave danno e io sono contrario a quanto sostiene
l'Organizzazione Mondiale della sanità.”
Un
grave danno? E quale sarebbe? Quello di non “curare” quella che secondo lui è
una patologia? No, perché altrimenti non si capisce l’uso del termine “sdoganato”.
Eh
no, ragazzi, qui il danno cui lui si riferisce è nel mettere su di un piano di
pari dignità sociale i due orientamenti (etero e omo). E’ il vecchio terrore
dei cattolici e dei puritani: che se si “sdogana” il diverso, si finisce con l’incoraggiare…
Così,
se si “sdoganano” le unioni di fatto, sempre meno coppie si sentiranno
obbligate a sposarsi (e chi se ne frega).
Così,
se “sdogano” l’omosessualità, vuoi vedere che qualche etero si scopre omo?
Risposta
mia: e chi se ne rifrega, fa forse del male a qualcuno?
Qui, signori, non c’è da curare gli
omosessuali.
C’è da ritirare lo
sdoganamento a personaggi come Francesco Bruno.
martedì 3 gennaio 2012
Domani meglio.
SEGNALI DEBOLI
In ogni epoca storica, specie se è un’epoca di passaggio, di
crisi, sono contenuti i germi dell’epoca successiva.
Se li si riconosce, è quindi possibile farsi un’idea dei “megatrends”
del futuro cui ci si sta affacciando.
Nel caso nostro, a prima vista si vede un gran casino, e
sembra che tutto stia andando a catafascio.
Non è mica la prima volta. Per esempio, chi avesse osservato
il mondo nel 1940 sarebbe stato fortemente tentato di preconizzare un nuovo
medioevo dominato dalla barbarie nazista, con le democrazie avviate al declino.
Ma ad uno sguardo più attento, si sarebbe potuto vedere che il nazifascismo non
avrebbe potuto imporsi se non con la forza, avendo esaurito l’espansione in
termini di consenso, e che era folle pensare che due sole potenze (Giappone e
Germania, lasciamo stare l’Italia che tutto era men che potente) potessero
sconfiggere una coalizione di proporzioni mondiali.
Oggi abbiamo iniziato a vivere nel disastro causato da trent’anni
di ideologismo neoliberista, che ha sedotto le masse (e purtroppo molti
intellettuali) con l’idea che per produrre ricchezza bisognasse prima mettere
il popolo alla fame e per produrre benessere occorresse smantellare il Welfare.
Una grande scusa per consentire ai ricchi di essere sempre più ricchi sulle
spalle di tutti gli altri, e di saccheggiare e distruggere l’ambiente a mani
basse.
Eppure i segnali positivi, a volerli vedere, ci sono. L’ideologia
della destra americana è in ritirata. In USA i candidati repubblicani che si
contendono l’onere di sfidare Obama alle presidenziali di novembre sono tre
macchiette patetiche, e sono patetici proprio perché sono così estremisti da
essere delle caricature. Come se da noi si candidasse Borghezio al Quirinale,
per dire. In Europa, Sarkozy e la Merkel sono in seria difficoltà coi loro
elettorati, e se è vero che l’onda montante degli euroscettici sembra lì lì per
avere partita vinta, in realtà l’ha perduta (ieri sera a 8 ½ persino Salvini
della Lega ammetteva a denti stretti che non si può uscire dall’Euro). In tutto il mondo la gente reclama più
democrazia, più diritti, e udite udite, meno liberismo sfrenato. Il folle
innamoramento per la figura del supermanager rampante e senza scrupoli, che ci
ha condotti a questo disastro, è tramontato, e i popoli occidentali guardano ai
capitani d’impresa con critico distacco. Persino in Cina gli operai iniziano a
scioperare per avere più diritti, e in Nord Africa sono caduti un bel po’ di
regimi, e non per mano dei fondamentalisti islamici, che invece sono piuttosto
in difficoltà anche a casa loro.
Da qualche anno a Stoccolma non si danno più premi Nobel per
l’economia a buontemponi che straparlano di curva di Laffer e simili amenità. In
Italia si ricomincia ad indignarsi per il furto, la corruzione, persino per l’evasione
fiscale.
Dove condurrà tutto questo, non si sa ancora. Però vedo più
motivi di ottimismo (cauto, ma ottimismo), in questo 3 gennaio 2012 che –
poniamo – a capodanno del 2008.
mercoledì 21 dicembre 2011
Sempre sull'art. 18
BASTA CON LE FALSITA''
SULL'ARTICOLO 18
Leggo sul sito de La Repubblica di ieri, a firma Carlo Clericetti,
un interessante articolo sull’art. 18.
Non è frequente che in Italia un giornalista argomenti per
dati e per fatti, e questa è una lodevole eccezione, così ne cito i passaggi
più illuminanti.
La Repubblica 20 dicembre 2012
L'ANALISI
L'articolo
18 tra fatti e propaganda
di CARLO CLERICETTI
(…) Chi dice che "in Italia non si può licenziare"
mente sapendo di mentire. L'articolo 18 vieta esclusivamente i licenziamenti
individuali, cioè di quella particolare persona, "senza giusta causa o
giustificato motivo". (…) Nei ruggenti anni '70 i magistrati tendevano a
dar quasi sempre ragione al lavoratore, anche contro l'evidenza dei fatti
(colpa comunque non della norma in sé, ma di come era applicata). Ma l'aria è
cambiata da un pezzo, tanto nel paese che tra i magistrati, e oggi l'esito di
queste cause non è affatto scontato. Quindi, licenziare una persona si può, se
ci sono giusta causa o giustificato motivo.
Lo Statuto dei lavoratori si applica soltanto nelle aziende che abbiano più di
15 dipendenti, quindi riguarda circa la metà dei lavoratori dipendenti. E'
stato affermato più volte, in passato, che questo costituisce un freno alla
crescita dimensionale delle imprese, che
è uno dei problemi della nostra economia. E' semplicemente falso: se così
fosse, si dovrebbe riscontrare una discontinuità nel numero delle aziende per
classe dimensionale, con un addensamento appena sotto i 15 dipendenti (quelle
che "non crescono" per non ricadere nell'applicazione dello Statuto).
Invece nessun dato conforta questa affermazione. (Infatti il 95% delle imprese italiane si colloca sotto i dieci, non i quindici, dipendenti, aggiungo io.) Quanto ai licenziamenti per
motivi economici - cioè perché l'azienda è in difficoltà
- si possono fare eccome, come tutti purtroppo hanno potuto constatare
specialmente da quando è scoppiata questa ultima crisi.
(…) nessuno ha mai dimostrato perché mai la possibilità del licenziamento
individuale andrebbe a favore di chi il lavoro non ce l'ha o subisce la piaga
del precariato. Nessuno ha mai spiegato perché mai sarebbe questa la via per
far aumentare i posti di lavoro.
L'argomento oggi più utilizzato per sostenere l'abolizione è quello del
"dualismo" del mercato del lavoro, diviso tra coloro che sarebbero
"iperprotetti" e coloro invece che sono privi di tutte o quasi le
protezioni. In quest'ultima condizione si trova la maggioranza dei giovani, il
che permette di sostenere un'altra tesi insensata, e cioè che le garanzie
conquistate dai padri vanno a scapito dei figli.
Si tratta, appunto, di nient'altro che pessima propaganda. A prescindere dal
fatto che, come si è ricordato, circa la metà dei dipendenti non è coperta
dallo Statuto dei lavoratori (e certo non sono tutti giovani), c'è un motivo
molto semplice per la prevalenza tra i giovani delle forme di contratto
precarie: la
"Legge Treu ", ossia il primo pacchetto di norme che
ha introdotto varie tipologie di contratti diverse da quello fino ad allora
standard, ossia il contratto a tempo indeterminato, è relativamente recente,
del 1997. Le tipologie sono state ulteriormente aumentate dalla legge 30 del
2003 (quella impropriamente definita "Legge Biagi": altro colpo
propagandistico). Da allora sono state utilizzate prevalentemente queste forme
contrattuali, ed è ovvio che vi siano incappati coloro che entravano sul
mercato del lavoro, appunto i giovani.
Ma perché questi nuovi contratti (che sono un numero abnorme: ben 46, come
ricorda la Cgil) sono così tanto preferiti al vecchio? Il primo e più
importante motivo è che costano molto meno. In molti casi non si ha diritto a
ferie, e nemmeno alla malattia. Il carico contributivo, che per i contratti a
tempo indeterminato è all'aliquota del 33%, per questi contratti all'inizio era
addirittura al 10, e poi negli anni è stata progressivamente aumentata ed è
arrivata (dal 2010) al 26,72%, comunque ancora meno di quella standard.
Ovviamente, essendo tutti contratti a termine, consentono la massima
flessibilità nell'uso della forza lavoro senza alcun problema né normativo né
economico.
Questi "contratti senza diritti" hanno favorito o no un boom
dell'occupazione? (…) Tra il '97 e il 2008 (inizio della crisi e massimo
storico dell'occupazione) gli occupati sono cresciuti di 3,225 milioni.
Ricordiamo che gli "occupati", secondo la definizione Istat
(dalle cui serie storiche sono stati estratti questi dati), sono coloro che
hanno svolto almeno un'ora di lavoro retribuito nella settimana della
rilevazione. Prendiamo un altro periodo di 11 anni, cominciando dal 1970, anno
di entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori: tra il '70 e l'81 l 'aumento è stato di 1,425
milioni, meno della metà. Naturalmente stiamo valutando questa variazione alla
luce di una sola variabile, quella dei cambiamenti contrattuali (e peraltro
solo i più rilevanti) senza considerare tutti gli altri aspetti della
congiuntura che possono aver pesato. Ma insomma, se si afferma che il problema
più serio è l'articolo 18, almeno per avere un'idea è legittimo farlo.
Confrontiamo ora un altro dato, le unità di lavoro. In questa definizione le
posizioni lavorative a tempo parziale, principali o secondarie, sono aggregate
in modo da formare posizioni a tempo pieno. Quindi si conta, in questo caso,
quanti posti di lavoro a tempo pieno ci sono. Dal '97 al 2008 le unità di
lavoro sono aumentate di 2 milioni e 268.000. Ma la "tara" di questa
cifra è costituita innanzitutto dalla grande ondata di regolarizzazione degli
immigrati (circa 700.000); e poi si può supporre che sia stata in questo modo
regolarizzata una qualche quantità di lavori che altrimenti sarebbero rimasti
in nero: effetto non disprezzabile ma certo non una svolta epocale. Vediamo ora
cosa è successo tra il '70 e l'81. Le unità di lavoro sono aumentate di 2
milioni e 110.000: quasi la stessa quantità, e senza regolarizzazioni di
immigrati, nonostante l'entrata in vigore del "terribile" articolo
18.
Che cosa se ne può concludere? Che i 46 nuovi tipi di contratti
"precari" non hanno generato una creazione di posti di lavoro (quelli
li crea la crescita, non le regole contrattuali), ma hanno solo sparpagliato su
più persone pezzi di lavoro peggio retribuito ed assistito.
Ma almeno, questo grande aumento della flessibilità nell'uso del lavoro è andato
a vantaggio della competitività? Anche in questo caso la risposta è negativa,
come tutti sanno. Peraltro, è anche noto che la produttività delle imprese è
direttamente correlata alla loro dimensione, ossia sono le più grandi ad essere
più produttive. Le più grandi: ossia quelle in cui si applica lo Statuto dei
lavoratori con il suo bravo articolo 18. Il che dovrebbe far venire per lo meno
qualche dubbio sul fatto che l'uso del fattore lavoro sia l'elemento
determinante rispetto a produttività e competitività.
E dunque: è giustissimo proporsi di eliminare il dualismo del mercato del
lavoro, ma non è stato finora avanzato un solo motivo valido a sostegno del
fatto che ciò debba avvenire riducendo i diritti di quella parte che li ha
ottenuti con un lungo e travagliato processo storico. L'unico motivo a cui si
può pensare è - non a caso - non detto. Che cioè la
libertà di licenziamento possa servire per liberarsi progressivamente dei
lavoratori più anziani (quelli stessi a cui si è appena elevata l'età di
pensionamento), che hanno il difetto di aver maturato retribuzioni mediamente
più elevate, assumendo al loro posto i giovani "a basso costo". Se è
così si capirebbe che cosa voglia effettivamente dire che "la protezione
dei padri toglie il lavoro ai figli". Ma certo l'impatto psicologico è un
po' diverso.
C'è comunque in tutto questo un altro fattore davvero singolare. Non è mai
stata la Confindustria - tranne ai tempi del berlusconiano
D'Amato - a guidare la crociata contro l'articolo 18. Questo è un
tema caro alla cultura di destra, con l'appoggio di alcune personalità che, pur
collocandosi nello schieramento di centro-sinistra, di quella cultura hanno
evidentemente subito l'egemonia culturale. Anche questo dovrebbe far sorgere
qualche dubbio sulla rilevanza per l'economia dell'articolo 18. Si spera che il
governo dei tecnici rifletta bene prima di impegnarsi in questa battaglia.
Condivido al 100%. Per tutti questi motivi, e alla luce delle proposte di P.Ichino, tengo d'occhio il governo e il Parlamento: se tutto si riduce al tentativo di abolire l'articolo 18, proprio non ci siamo. Se invece lo si vuole riformare, all'interno di un complessivo riassetto normativo della materia, è doveroso discuterne senza pregiudizi a sinistra. Ma nemmeno a destra, eh.
martedì 20 dicembre 2011
Ancora sull'articolo 18
QUANDO LICENZIARE E' LECITO?
Le proposte di Pietro Ichino
Per ragioni professionali, ne mastico, quindi vorrei fare un po' di chiarezza.
La legge 300/1970 (il famoso “Statuto dei Lavoratori”)
prevede, all’articolo 18, che il licenziamento di un lavoratore sia legittimo
in presenza di “giusta causa” o “giustificato motivo”.
Cosa significa?
E’ “giusta causa” se il comportamento del lavoratore è stato
tale da incrinare irrimediabilmente la fiducia che l’azienda riponeva in lui.
In proposito esiste una giurisprudenza molto articolata e ormai consolidata,
che fa ricomprendere tra questi comportamenti la presenza di gravi violazioni
del contratto di lavoro o degli obblighi previsti dal Codice Civile (come nel
caso dell’insubordinazione). Insomma, è legittimo che l’azienda ti licenzi se
può dimostrare che proprio l’hai fatta grossa (per esempio hai messo le mani
addosso a un collega, un cliente o un superiore, o ti sei rifiutato di fare il
tuo lavoro).
Il caso del “giustificato motivo” è differente, e si divide
in “giustificato motivo soggettivo” (cioè che dipende ancora dal comportamento
del lavoratore) od “oggettivo” (determinato cioè da situazioni di fatto che non
hanno a che vedere con il suo comportamento).
Il giustificato motivo soggettivo si ha quando, pur non in
presenza delle gravi violazioni cui abbiamo fatto cenno riguardo alla giusta
causa, sussistono comunque rilevanti inadempimenti, come nel caso dello scarso
rendimento: vale a dire che devi esserti comportato “abbastanza male”.
Quanto “abbastanza”? Anche questo aspetto è minuziosamente
descritto, ma nel contratto di lavoro e non nell’art. 18 – ad esempio è
stabilito quante volte il lavoratore deve aver reiterato la violazione dei
propri obblighi perché la sanzione estrema del licenziamento sia legittima.
Il giustificato motivo oggettivo invece si configura nel
caso in cui, ad esempio per una situazione di crisi, il datore di lavoro non
abbia più lavoro da dare a quel lavoratore. In questa malaugurata eventualità,
egli deve dimostrare che il lavoratore non può essere reimpiegato in altre
mansioni equivalenti, e non può assumere nessun altro al suo posto per almeno
sei mesi (almeno questa era la giurisprudenza sino a pochi anni fa, a quanto ne
so, ma non può essere cambiata di molto).
Le sanzioni previste per il datore di lavoro che abbia
licenziato illegittimamente qualcuno sono il reintegro del lavoratore nel posto
di lavoro (o un congruo risarcimento stabilito dal giudice), se l’azienda ha
almeno 15 dipendenti, o il solo risarcimento se i dipendenti sono meno di 15.
Come si vede, non è vero che con l’attuale normativa non si
possa licenziare. Ciò che rende difficile farlo è soprattutto il fatto che l’onere
della prova sia a carico del datore di lavoro, il che ha consentito, specie
negli anni dal ’70 al 2000 all’incirca, che i giudici del lavoro fossero non di
rado eccessivamente garantisti verso il lavoratore.
Detto ciò, Ichino propone semplicemente di non prevedere il
reintegro nel caso di giustificato motivo oggettivo, bensì un congruo
risarcimento. Ma propone anche di estendere l’efficacia dell’articolo 18 a tutti i lavoratori,
compresi i “parasubordinati” (cioè al popolo delle partite IVA, e ai
Collaboratori a Progetto).
A voi sembra scandalosa come proposta?
A me no.
C’è una bella differenza tra ciò che Ichino propone e l’abolizione
dell’articolo 18 pura e semplice.
lunedì 19 dicembre 2011
Articolo 18
COSA HA DAVVERO PROPOSTO
PIETRO ICHINO
Su
Ichino, in questi anni, ne ho sentite tante. A destra, apprezzato con riserva. A
sinistra, approvato con riserva. Il punto è l’articolo 18.
La mia
opinione è che l’art. 18 sia un falso scopo, a destra, per finire di demolire
le garanzie sindacali, e che non è vero che lasciando libertà totale di
licenziamento si diminuirebbe la disoccupazione (le aziende assumono solo se
hanno più lavoro che manodopera, questa è l’unica precondizione).
Sono
andato a curiosare e ho scoperto che Ichino, economista di sinistra, ha un sito
in cui espone abbastanza chiaramente le sue proposte: http://www.pietroichino.it
Ne
riporto qui quelle che riguardano il lavoro.
Seguiranno
commenti.
"Propongo
di promuovere una grande intesa tra lavoratori e imprenditori, nella quale
questi ultimi rinunciano al lavoro precario in cambio di un contratto di lavoro
a tempo indeterminato reso più flessibile con l’applicazione di una tecnica di
protezione della stabilità diversa da quella attuale per i licenziamenti
dettati da motivo economico-organizzativo.
La cosa può funzionare così:
- d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro, esclusi soltanto quelli stagionali o puramente occasionali, si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che si apre con un periodo di prova di sei mesi;
- la contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i nuovi rapporti, sulla base della media ponderata della contribuzione attuale di subordinati e parasubordinati; una fiscalizzazione del contributo nel primo anno per i giovani, le donne e gli anziani determina la riduzione del costo al livello di un rapporto di lavoro a progetto attuale; la semplificazione degli adempimenti riduce drasticamente i costi di transazione;
- dopo il periodo di prova, si applica la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito;
- in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, il lavoratore riceve dall’impresa un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio;
- viene inoltre attivata un’assicurazione complementare contro la disoccupazione, che porta il trattamento complessivo a un livello paragonabile a quelli scandinavi: durata pari al rapporto intercorso con limite massimo di tre anni, con copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione, decrescente nei due anni successivi fino al 70%), condizionata alla disponibilità effettiva del lavoratore per le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione;
- l’assicurazione e i servizi collegati, affidati ad agenzie scelte dalle imprese o ad enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, sono finanziati interamente a carico delle imprese stesse (con un contributo il cui costo medio è stimato intorno allo 0,5% del monte salari): più rapida è la ricollocazione del lavoratore licenziato, più basso è il costo del sostegno del reddito per l’impresa: donde un forte incentivo economico all’efficienza dei servizi di outplacement;
- il compito del giudice è limitato a controllare, su eventuale denuncia del lavoratore, che il licenziamento non sia in realtà dettato da motivi illeciti (per esempio: licenziamento squilibrato a danno di persone disabili, donne, lavoratori sindacalizzati, ecc.); il “filtro” dei licenziamenti per motivo economico è costituito invece essenzialmente dal suo costo per l’impresa."
La cosa può funzionare così:
- d’ora in poi tutti i nuovi rapporti di lavoro, esclusi soltanto quelli stagionali o puramente occasionali, si costituiscono con un contratto a tempo indeterminato, che si apre con un periodo di prova di sei mesi;
- la contribuzione previdenziale viene rideterminata in misura uguale per tutti i nuovi rapporti, sulla base della media ponderata della contribuzione attuale di subordinati e parasubordinati; una fiscalizzazione del contributo nel primo anno per i giovani, le donne e gli anziani determina la riduzione del costo al livello di un rapporto di lavoro a progetto attuale; la semplificazione degli adempimenti riduce drasticamente i costi di transazione;
- dopo il periodo di prova, si applica la protezione prevista dall’articolo 18 dello Statuto per il licenziamento disciplinare e contro il licenziamento discriminatorio, per rappresaglia, o comunque per motivo illecito;
- in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi, invece, il lavoratore riceve dall’impresa un congruo indennizzo che cresce con l’anzianità di servizio;
- viene inoltre attivata un’assicurazione complementare contro la disoccupazione, che porta il trattamento complessivo a un livello paragonabile a quelli scandinavi: durata pari al rapporto intercorso con limite massimo di tre anni, con copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione, decrescente nei due anni successivi fino al 70%), condizionata alla disponibilità effettiva del lavoratore per le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione;
- l’assicurazione e i servizi collegati, affidati ad agenzie scelte dalle imprese o ad enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, sono finanziati interamente a carico delle imprese stesse (con un contributo il cui costo medio è stimato intorno allo 0,5% del monte salari): più rapida è la ricollocazione del lavoratore licenziato, più basso è il costo del sostegno del reddito per l’impresa: donde un forte incentivo economico all’efficienza dei servizi di outplacement;
- il compito del giudice è limitato a controllare, su eventuale denuncia del lavoratore, che il licenziamento non sia in realtà dettato da motivi illeciti (per esempio: licenziamento squilibrato a danno di persone disabili, donne, lavoratori sindacalizzati, ecc.); il “filtro” dei licenziamenti per motivo economico è costituito invece essenzialmente dal suo costo per l’impresa."
giovedì 8 dicembre 2011
Pretofilia
MONSIGNORI,
METTIAMO I PUNTINI
SULLE "i"...
Da "LA STAMPA" del 5/6/2007
PEDOFILIA E PRETOFILIA
di PIERGIORGIO ODIFREDDI
"Caro direttore,
quietati i clamori preventivi e consuntivi sulla puntata Annozero del 31 maggio, le chiedo di poter dire un’ultima parola su una trasmissione alla quale ho avuto l’onore di partecipare come ospite laico.
Scorrendo i giornali del 2 giugno, noto infatti da un lato commenti quali «Fisichella, il volto della Chiesa che scalda il cuore dei laici» (Lucia Annunziata su La Stampa) [1] o «Elogio di Fisichella Monsignor Coraggio» (Aldo Grasso sul Corriere della Sera) [2], e dall’altro lato titoli quali «Che fatica capire nel salotto di Annozero» [3] o «Quante gaffe in quel documentario» [4] (Andrea Galli su L’Avvenire) , che mi sembrano lasciar trasparire un giudizio eccessivamente ottimistico sulla veridicità dell’autodifesa della Chiesa in relazione ai fatti in questione.
I quali, come si ricorderà, erano le accuse di pedofilia ecclesiastica da un lato, e di copertura gerarchica dall’altro, mosse dal documentario Sex Crimes and Vatican («Crimini sessuali e Vaticano»), andato in onda il primo ottobre 2006 sulla Bbc e ritrasmesso da Michele Santoro, dopo feroci polemiche e maldestri tentativi di impedirne la messa in onda sui canali pubblici italiani.
Monsignor Fisichella ha preteso in trasmissione di ridurre il fenomeno alle perversioni dei «quattro delinquenti» di cui il filmato narrava i crimini,
Benché lo stesso Santoro abbia diplomaticamente aperto la trasmissione reiterando per tre volte la dichiarazione che «si sta parlando di casi singoli», i fatti giudiziari finora affiorati lasciano invece presupporre un iceberg di molestie e violenze sessuali perpetrate da preti, suore e laici cattolici su scolari e studenti, minori e non, di orfanotrofi, scuole e seminari da loro gestiti. Per ora, i casi più noti venuti a galla sono quelli del padre messicano Marcial Maciel, fondatore della Legione di Cristo tanto amata da Giovanni Paolo II, e del frate irlandese Brendan Smyth, che detiene un record di 45 anni (1945-1990) di abusi sistematici. Il caso più blasfemo è invece quello, citato nel Rapporto Governativo Irlandese del 22 ottobre 2005, di un prete della diocesi di Ferns che ha violentato una ragazza sull’altare della parrocchia. Il caso più tragico, infine, è il suicidio del frate irlandese Sean Fortune nel 1999, per evitare un processo per lo stupro di 29 bambini.
Lo scandalo ha raggiunto anche i massimi livelli ecclesiastici, fino al cardinale Hans Hermann Groër di Vienna e una ventina di vescovi del mondo intero, tutti costretti a dimettersi (il primo già nel 1995). Un’idea dell’ ordine di grandezza del fenomeno si può dedurre dal fatto che, secondo il rapporto, la natura e l’estensione del problema dell’abuso sessuale di minori da parte di preti e diaconi cattolici degli Stati Uniti del 27 febbraio 2004, stilato per la Commissione Episcopale Statunitense dal Dipartimento di Giustizia Criminale John Jay della City University di New York, nei soli Stati Uniti sono state presentate fino al 2003 circa 11.000 denunce contro più di quattromila preti, pari al quattro per cento (4.392 su 109.684) del clero cattolico locale.
Monsignor Fisichella, che in trasmissione mi ha chiesto malignamente se conosco anche il latino, o solo la matematica, avrebbe forse dovuto preoccuparsi delle sue conoscenze in quest’ultima materia, visto che sembra non aver saputo (o voluto) afferrare la differenza tra «quattro», «quattromila» e «quattro per cento»... Ma anche un esperto di sole lingue morte avrebbe comunque dovuto apprezzare almeno la differenza tra epidemico ed endemico fatta dal giudice Anne Burke della Commissione d’Indagine Nazionale sugli scandali sessuali istituita dalla Chiesa Cattolica Statunitense (!), che nel filmato ha dichiarato: «Abbiamo scoperto che non si è trattato di un fatto epidemico, con più casi in una diocesi che in altre, ma di un fatto endemico, con le stesse percentuali di molestie sessuali sui minori in ogni diocesi».
Ora, i motivi dei tentativi di piccola censura del video da parte dei partiti politici clericali, e di grande copertura degli scandali da parte delle gerarchie ecclesiastiche, stanno tutti qui: nella paura, cioè, che questi dati possano lasciar inferire un comportamento sistematico da parte del clero, anche sulla base del fatto ben noto che le denunce di violenze sessuali in generale, e sui minori in particolare, riguardano solo una minima parte dei crimini che vengono invece commessi. Stando ai fatti appurati, comunque, le sole diocesi statunitensi hanno dovuto finora pagare risarcimenti alle vittime pari a un miliardo di euro: una cifra che è ironicamente dello stesso ordine di grandezza del finanziamento che la Chiesa riceve annualmente dai contribuenti italiani tramite l’esborso dell’otto per mille, ma anche una cifra che ha già tragicamente portato alla letterale bancarotta cinque di quelle diocesi (Tucson in Arizona, Portland in Oregon, Spokane in Washington, Davenport in Iowa e San Diego in California).
È singolare che, di fronte a un fenomeno di proporzioni appunto fenomenali, monsignor Fisichella e il Vaticano abbiano preferito chiudersi in una difesa cavillosa, invece di aprirsi a un mea culpa evangelico: soprattutto per quanto riguarda la sistematica connivenza coi colpevoli, in molti casi semplicemente trasferiti ad altre istituzioni (cioè, in pratica, a nuovi vivai per le loro malversazioni). Anche qui, i fatti sono testimoniati dalle dimissioni dei responsabili delle coperture: ad esempio, nel 2002, quelle del cardinale Bernard Law di Boston negli Stati Uniti («punito» con la nomina ad arciprete della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore a Roma) e del vescovo Brendan Comiskey di Ferns in Irlanda.
E qui arriviamo alla pietra dello scandalo del video trasmesso da Annozero, che più che il delitto di lesa infanzia da parte del clero è stata l’accusa di lesa maestà addirittura a Benedetto XVI da parte del filmato. In trasmissione monsignor Fisichella ha bollato il coinvolgimento del Papa come «gratuito», e il giorno dopo il portavoce vaticano padre Federico Lombardi l’ha descritto come «gravemente ingiusto», ma entrambi hanno dimenticato (o finto di dimenticare) che l’accusa non era affatto giornalistica, bensí giudiziale!
L’allora cardinal Ratzinger era stato infatti incriminato agli inizi del 2005 in Texas per aver ostacolato la giustizia e aver cospirato con l’arcidiocesi di Houston nella copertura degli abusi sessuali del clero locale, in una causa civile intentata nella Contea di Harris da tre vittime contro un molestatore appartenente al seminario locale. Il 26 maggio 2005 gli avvocati pontifici hanno comunicato alla Corte Distrettuale del Texas Meridionale di Houston che il 20 maggio l’ambasciata della Santa Sede a Washington aveva inviato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti una richiesta di immunità diplomatica per Ratzinger, nella sua intervenuta qualità di Capo di Stato. Il 22 dicembre 2005 l’accoglimento della richiesta ha cosi posto fine in modo «gratuito», questo sì, alla vicenda giudiziaria del Papa. Ma non, ovviamente, alle discussioni sulla sua effettiva colpevolezza, basata sull’ammissione del 18 maggio 2001, nella lettera ai vescovi De delictis gravioribus («Circa i delitti più gravi»), che la disposizione del Santo Uffizio Crimen sollicitationis del 1962 era hucusque vigens («finora in vigore»): cosa che in trasmissione ho chiesto più volte a monsignor Fisichella di confermare, ricevendone solo risposte elusive, nonostante egli tenesse in grembo la versione ufficiale a stampa di quella lettera, con il passaggio cruciale sottolineato a mano!
Alla domanda se la Crimen sollicitationis fosse poi una disposizione segreta, la sua risposta è stata invece netta, per non dire sprezzante: «Ma per carità, che cosa sta dicendo? Non raccontiamo barzellette!». Peccato che la barzelletta fosse scritta, nel latino che tanto piace al monsignore e in maiuscolo, nelle prime due righe del testo stesso: «Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento».
Per definizione, se una disposizione richiede di essere mantenuta segreta è, ovviamente, perché ha qualcosa da nascondere: che cosa, dovrebbe essere chiaro dai fatti enumerati in precedenza a proposito delle coperture dei vertici ai crimini della base (ma non solo). Non dimentichiamolo, quando elogiamo il mastino di Ratzinger per la sua indubbia efficacia mediatica nel difendere la Chiesa, perché rischiamo di confondere l’apparenza dialettica delle opinioni con la verità storica dei fatti."
lunedì 21 febbraio 2011
In onore di Valerio Verbano. La rana e l'acqua bollente...
A trent’anni dalla scomparsa del compagno Valerio Verbano, voglio
ricordarlo anche con questo documentario andanto in onda su RAISTORIA e pubblicato sul Canale Youtube della FusoElektronique.
Ricostruzione ricavata dalle indagini.
Alle 13,00 del 22 febbraio 1980 tre persone si presentano a casa di Valerio: “Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli”, dicono alla madre, che apre. Viene subito immobilizzata, e la stessa sorte tocca al padre. Sono armati con pistole munite di silenziatore. Valerio non è ancora tornato da scuola. Alle 13,30 Valerio apre con le sue chiavi la porta di casa ed è subito assalito dai tre, con i quali ha una breve colluttazione, poi viene immobilizzato e ucciso con un colpo alla schiena.
E’ dubbio se fu ucciso “precipitosamente” a causa della sua resistenza, se volessero prima “fargli delle domande”, come accennarono alla madre i tre assassini: queste considerazioni possono avere interesse solo in relazione con quanto vedremo circa le “ragioni” dell’uccisione di Valerio.
Per il resto… la morte di Valerio pesa come una montagna.
L’assassinio di Valerio non fu un una “semplice” conseguenza di uno scontro tra compagni e fascisti, né dell’agguato in strada, come spesso è avvenuto. Abbiamo sempre saputo, al di là delle “verità processuali”, che Valerio fu ucciso per delle ragioni precise… continua qui il dossier sulla morte di Valerio.
“..La parte più interessante è che molti sapevano dell’esistenza del dossier coi documenti raccolti da Valerio, specialmente un giudice che indagava sull’eversione nera, Mario Amato. La documentazione raccolta da Valerio, sparita prima della sua morte dall’ufficio corpi di reato, sarebbe improvvisamente ricomparsa tra le mani di questo giudice. Amato muore per mano dei NAR il 24 giugno 1980.
Poi c’è la strage del 2 agosto a Bologna. I giudici che indagarono su questo attentato hanno più volte affermato che gli omicidi di Valerio e di Amato sono connessi.! “
Poi c’è la strage del 2 agosto a Bologna. I giudici che indagarono su questo attentato hanno più volte affermato che gli omicidi di Valerio e di Amato sono connessi.! “
E qui si ferma la storia conosciuta.
Nel mio piccolo questo anniversario è solo uno dei tanti ( Walter Rossi, Francesco Lo Russo e tutti gli altri…) che mi fanno nascere innumerevoli domande.
Rammentando l’ambiente di allora, nelle scuole, nelle fabbriche ma anche per strada e nei bar, mi chiedo infatti dove e come abbiamo sbagliato se oggi questi esseri rispuntino fuori dalle fogne, i nipotini di quei topi neri che costringemmo con la nostra egemonia a nascondersi , appunto, in quei confortevoli siti.
Non so’ dove ho letto la storiella della rana e della pentola d’acqua bollente: durante il fascismo la rana gettandosi nell’acqua bollente, scatta via ustionata e se ne tiene alla larga.
Oggi, negli ultimi vent’anni, la rana è entrata nell’acqua tiepida che pian piano si è riscaldata, mandando la rana in un tiepido torpore che l’ha fatta addormentare al calduccio. Che lentamente è divenuto caldo… non accorgendosi perciò poi in tempo che la sua pelle diventava sempre più rossa e stava bollendo, sempre piano piano.
Così muore la rana , piano piano, bollita.
Vi lascio al contributo di Torba
Rosellina970
martedì 8 febbraio 2011
Il '68 non c'entra una sega
NON C'E' IN BALLO SOLO
IL RUOLO DELLA DONNA
IL RUOLO DELLA DONNA
Ieri sera a L’Infedele, Gad Lerner ha mostrato le interviste fatte ad alcune esponenti del Centrodestra (immancabile la Santanché), interpellate sulla manifestazione “Se non ora quando?”
Devo dire che è molto difficile sentire in così pochi minuti un concentrato di idiozie più denso.
Tralasciando le solite rifritture (“sinistra moralista”) e una sola, generica imbarazzata ammissione a denti stretti per quanto qualunquista (“purtroppo la nostra società sta smarrendo i valori autentici”), le due castronerie più grosse, ripetute a gola spiegata da molte intervistate, sono a mio avviso riassumibili come segue.
a) “la dignità della donna si difende sempre, non strumentalizzando una vicenda per dare addosso a Berlusconi: per esempio cosa hanno da dire a sinistra sulla giornalista de Il Giornale che è stata perquisita?” (questa è la cazzeria profferita da Sua Spudoratezza Santanché)
b) “le donne che si concedono per fare carriera non sono che l’ultima conseguenza del permissivismo dilagante che è stato propugnato dalla sinistra dal ’68 in avanti, quindi adesso è inutile che a sinistra si faccia la morale.”
Facile liquidare la prima fesseria (la giornalista non è stata perquisita in quanto donna, quindi l’esempio non c’entra un cavolo). Più insidiosa la seconda, perché sembra colta, politica.
Ma è solo una illusione ottica. In realtà la donna che usa il suo corpo per fare carriera o anche solo sopravvivere non è certo una conseguenza del ’68, non a caso ci si riferisce a tale attività con la locuzione “il più antico mestiere del mondo”. Da Cleopatra e Salomé sino alle cortigiane del ‘700 e ‘800, non c’è stato alcun bisogno di aspettare il 1968. Anzi, la liberazione sessuale che con un certo semplicismo si vorrebbe coincidente con il movimento del Maggio Francese, e che percorse il movimento femminista, vedeva la prostituzione molto negativamente, al punto da sostenere che una donna che si sposasse per “sistemarsi” poteva tranquillamente essere assimilata a una puttana e il marito a uno stupratore legalizzato.
In realtà le damazze del centrodestra, molto coraggiose nel difendere le donne se c'è di mezzo l'Islam, quanto cacasotto se si tratta di criticare il Padrone, non hanno capito una mazza. E cioè che la manifestazione di domenica non è contro quelle povere minus habens che credono di diventare qualcuno concedendosi al Caimano, bensì contro l'immagine avvilente che il Caimano stesso dà dell'Umanità: una immagine svilente del corpo e dell'intelligenza della donna, ma anche squalificante dell'Uomo, trattato come un satiro guardone, bavoso e ossessionato dal pisello.
Io domenica ci sarò, a Milano, in Piazza Duomo, ma non per fare da comparsa solidale al fianco di Datimoglie e Adolefiglia. Ci sarò per testimoniare che non tutti gli uomini italiani sono come Berlusconi, Mora, Fede e compagia cantante.
giovedì 6 maggio 2010
16 maggio 2010: marcia per la pace Perugia-Assisi
Il 16 maggio la Marcia per la Pace Perugia-Assisi sarà dedicata anche ai temi della serenità familiare e della pace sociale, connessi alla difesa del DIRITTO AL LAVORO e dei DIRITTI DEI LAVORATORI.
Senza che siano tutelati questi fondamentali principi, la vita di tutti i giorni viene ad essere stravolta sia in famiglia che in società!
Raccogliendo l'invito degli ideatori (*) della Mantratona costituzionale http://www.facebook.com/album.php?aid=7308&id=100000867604564&saved#!/group.php?gid=114088041941620&v=info&ref=tsMai Più Disoccupati chiama a partecipare alla Marcia per la Pace, durante la quale leggeremo gli articoli 1, 4 e 11 della Costituzione della Repubblica, per reclamarne insieme l’effettiva attuazione:
Art. 1 - L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 4 - La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 11 - L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
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(*) Stefano Bonaga, Mario Bovina, Ambrogio Vitali e Riccardo Lenzi
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