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lunedì 24 gennaio 2011

Bondi, la cultura, le scimmie ed il cinghiale




Nelle ore in cui Bondi rischia di essere sfiduciato in parlamento perchè il suo capo vuole rischiare la conta, pensando alla cultura massacrata da tagli e da scelte volte ad impoverirla, mi colpiscono alcune notizie che vedono protagonisti i leghisti.
Costoro  come scimmie impazzite eseguono gli ordini in periferia, talvolta emulando come veri cercopitechi le gesta dei capi romani e così finendo come kamikaze per esplodere le loro stupidaggini ai confini di Berlusconia , ricoprendosi di ridicolo.
Intanto il cinghiale ferito barcolla ma non molla. Grazie a chi? Ai cercopitechi, che ancora pensano che in groppa a lui arriveranno nelle terre promesse del federalismo. Ma quando mai!
Al massimo avranno un posto in prima fila durante un bunga bunga, col trota travestito da poliziotto in reggicalze. Come ha finito per fare la sua fidanzata, anticipandolo. Trota cornuto, tra l’altro…
La cultura non si mangia, dice Tremonti. L’affermazione la dice lunga sulle capacità e la lungimiranza del ministro degli evasori, ma tant’é.
Eppure la cultura fa mangiare un sacco di gente, produce e scambia molto denaro oltre ad essere lo specchio di un paese, oggi  impoverito dal berlusconismo.
Un paese senza democrazia culturale e senza memoria storica, come s’impegnano a fare già le molte TV del nano malato,  è un Paese che si può asservire con molta più tranquillità.
Un paese dove berlusconi non è più in carne ed ossa ma è diventato da tempo una fiction rassicurante che viene sempre perdonata ( credereste mai che topo gigio commetta un reato ? ). Vent’anni di impegno hanno pur sortito qualche effetto, lo dico per quelli che si domandano ancora come sia possibile che solo metà degli italiani consideri insopportabile l’attuale situazione politica e chieda le dimissioni del berlusca.
L’altra metà crede o fa finta di credere al complotto:  non tutti sono più esaltati come prima, ma chi anche fosse uscito dal cerchio dei malati conclamati, ha comunque in corpo abbastanza virus per rimanere  nel secondo o terzo cerchio dei confusi o disorientati o peggio ancora “terzista” o finanche sinistro-modernista ( vedi Renzi ).
Solo da noi è così, perchè solo da noi la sottocultura televisiva ha raggiunto ed infettato una così larga parte della popolazione, dalla invasione degli ultracorpi in poi.
Con molta stupidità e pressapochismo i leghisti ripristinano i roghi dei libri della Sacra Inquisizione
C’é aria di censura, nel Veneto leghista. Gli scrittori pro-Battisti, prima genericamente ostracizzati da un assessore della provincia di Venezia, ora vengono messi al bando nelle scuole. Mentre nelle biblioteche comunali, nel silenzio generale, stanno sparendo le opere degli autori politicamente scomodi.
Ecco gli scrittori che qualche anno fà firmavano un appello pro Battisti e che ora vengono messi al bando nel veneto leghista. Non che ce ne freghi nulla del terrorista Battisti , anzi – bisogna sempre precisare per via di deficienti in agguato  -  ma solo la stupidità peggiore puo’ avere questa ansia di censurare.
Poi se la prendono col cinema.
E’ uscito nelle sale «Renato Vallanzasca-Gli angeli del male» di Michele Placido con Kim Rossi Stuart nel ruolo dell’ex bandito.
Subito si alzato lo scemo di turno, il deputato della Lega Davide Cavallotto, invitando a boicottare il film: «Dopo aver pubblicizzato la mafia in tutto il mondo e reso celebre da Nord a Sud la sanguinaria Banda della Magliana di Roma – dice Cavallotto – non ancora soddisfatto il cattivo maestro Michele Placido è salito in cattedra per elevare a eroe lo spietato assassino Renato Vallanzasca».
«Usare giovani e affascinanti attori per sdoganare l’immagine di personaggi che dovrebbero cadere nell’oblio per i crimini commessi - secondo Cavallotto - è un insulto alla memoria delle vittime e una crudeltà verso i loro parenti. Adesso ci mancava solo la madre di Renato Vallanzasca a chiedere la grazia per il figlio al Capo dello Stato».
Ora tocca a Saviano.
A parte le tv di RAISET ed i giornali del padrone, già pronti a far pagare con il metodo del fango ( metodo Boffo), chiunque osi avere una opinione diversa da quella del mondo berlusconico , anche la figlia di Berlusconi è scesa in campo per il Papi attaccando lo scrittore con l’aria di dire:” Caro stipendiato, stai al tuo posto, non toccare il mio Papi, vendi milioni di cope che mi arricchiscono ma non ti permettere di lodare i procuratori di Milano. Ne approfitto pèer rammentarti di farti un trapianto di capelli, che sembri uno sfigato…
Sulle voci che girano intorno alle chances della figlia bruttina del premier di ereditare il potere del Papi abbiamo già detto di recente.
Per non dire dell’odio della Lega verso Saviano dopo la polemica a “Vieni via con me”: un’Amministrazione leghista viene accusata di aver tolto Gomorra dagli scaffali dalla biblioteca di Preganziol.
Sembra che gli amministratori ritengano che i libri di Saviano non siano degni di restare in biblioteca, dopo che lo scrittore ha denunciato durante la trasmissione televisiva di Rai 3 “Vieni via con me” che la mafia interloquisce con la Lega.
Saviano ha detto una ovvietà, ma i cretini si sono distinti nel sottolinearla.
La Lega e la cultura ( personale ):  Calderoli è un minus habens oppure ci fa?
L’altro esempio è che giorni fa il giudice Guariniello non ha potuto incriminire il direttore di un supermercato che vendeva prodotti con la salmonella dentro, perché la legge sulle adulterazioni dei cibi è stata cancellata dal Ministero per la semplificazione normativa, e la Corte Costituzionale intervenuta in merito aveva comunque prorogato di due anni tale legge con scadenza 31 dicembre 2010. E in due anni questo governo del fare non l’ha rifatta.
Talvolta la Lega si sveglia un mattino e se la prende con se stessa.
Conoscendo i nostri polli, i cercopitechi leghisti insomma, sembra assurdo eppure è così.
La Lega litiga per la cultura ed anzi i sindaci leghisti alzano gli scudi contro il governo, come se a Palazzo Chigi loro non ci fossero.
Oggi si sono accorti che la sforbiciata indiscriminata al settore poteva passare per le loro città. Così, con un ministro – Sandro Bondi – dimezzato e che passa le notti a pensare se dimettersi o farsi dimettere, i teatri d’Italia si trovano in ginocchio.
A guidare la rivolta il sindaco di Verona, Flavio Tosi, alle prese con l’Arena, il tempio della sua città, che rischia di chiudere per bancarotta. Verrebbe da chiedergli dove erano i suoi del Carroccio quando a Palazzo Chigi si tagliava a destra e a manca nel settore cultura. Resta il fatto che il povero (si fa per dire) Tosi ha ragione: le stagioni della lirica sono a serio rischio
Il caso Arena
In questo caso il problema non sono solo i tagli. La stagione della lirica nel 2010 ha chiuso con tre milioni in meno di incassi al botteghino rispetto all’anno precedente e 423.000 spettatori persi per strada, praticamente il minimo. Tosi, però, non ci pensa a fare mea culpa e punta il dito contro il governo: “Può accadere – dice – di dover chiudere il bilancio della Fondazione Arena in rosso, non per responsabilità gestionali, ma esclusivamente per la mancanza dei fondi statali. Da un lato mal comune mezzo gaudio, visto che questo ci accomuna a tutte le altre fondazioni liriche. Ma i casi sono due: o l’Italia, che è un Paese che vive anche di cultura e di lirica, fa i conti seriamente con questo dato, oppure qui si rischia di mandare a ramengo l’intero comparto. A gennaio ci troveremo con tutti i sindaci e i sovrintendenti interessati per andare a parlare con il ministro, perché nessuno può pensare di mandare a carte quarantotto la Fondazione Arena”. La risposta gliel’ha già data però il suo collega di partito, l’onorevole Alessandro Montagnoli, leghista, membro della Commissione Finanze della Camera. “Il no del governo al reintegro del Fondo Unico per lo Spettacolo? Purtroppo era prevedibile – premette – visto che tutti sapevano che all’interno del decreto milleproroghe le priorità erano due: il reintegro del 5 per mille, a favore del volontariato, e dare una mano al trasporto pubblico locale”. Nessuna speranza, dunque.
I Cercopitechi  fanno quadrato intorno al cinghiale ferito, per quanto ancora?
Crazyhorse70

lunedì 17 gennaio 2011

Un perseguitato?


IL NANO MAFIOSO CHE SI ATTEGGIA A VITTIMA
mafia

Vanitoso, erotomane, vestito sempre da manichino tirato a lucido, con quell'aria da arricchito ignorante, con il complesso della statura, uso ad esibire i suoi gorilla e le sue donnine come degli status symbol. Un convinto assertore della strategia per la quale se qualcuno ti sbarra la strada, lo devi comperare o distruggere.

Ecco, poi c'è stato chi si meravigliava, che uno così si lamentasse, atteggiandosi a vittima. C'era persino chi gli credeva, chi era disposto a giurare che polizia e magistratira ce l'avevano con lui per partito preso.
Ma scusa, sai la novità per un mafioso di quel calibro.

Un delinquente straricco, venuto su dal niente grazie al malaffare, ad appoggi altolocati, alla corruzione, facendo paccate di soldi su speculazioni poco chiare.
Uno che ha acquisito un potere così, sarebbe in prima pagina anche se non lo volesse, anche se non fosse un personaggio pubblico, pericoloso quanto popolare e per di più a piede libero.

E allora c’è da meravigliarsi, dico io, se uno così fa la vittima e si mette a strillare – anche contro l’evidenza perché tanto ha mezza stampa a libro paga - che le prove sono inconsistenti, che i giudici e la polizia ce l’hanno con lui, che c’è una specie di complotto?

Oddio, che poi a vederla vedere bene, forse è vero che i giudici gliel’avevano giurata, eh.
Del resto, ti meravigli? Con tutto ciò che loro e gli investigatori hanno raccolto su e contro di lui e i suoi protetti  negli anni, i magistrati e gli inquirenti si trovano nella sgradevole situazione di avere la certezza assoluta che sia un boss mafioso, ma è difficilissimo dimostrarlo. Perché la Giustizia deve dimostrare che lui è colpevole (perché giustamente è innocente sino a prova contraria, ma anche perché gode, diciamo così, di una certa popolarità).

Testimoni comperati e intimiditi, asservimento della stampa, giudici e poliziotti corrotti, tanta politica, e frammentazione dei procedimenti: per cui ciò che è dimostrato in un processo (dove magari è caduto tutto in prescrizione) bisogna ricominciare a dimostrarlo daccapo in un altro, e così via e così via.

E allora, mica è strano che i giudici e i poliziotti coraggiosi, quelli con la schiena diritta, si diano da fare in tutte le maniere a cercare di incastrarlo. Tanto più che lui li sbeffeggia, li denigra a mezzo stampa. E quindi quelli s’incazzano, dai. Quindi da un certo punto di vista è vero che è un perseguitato.
E meno male che lo perseguitano, uno così.

A un certo punto si è proprio rischiato di non riuscire a incastrarlo. Un bel rischio, eh, a lasciarlo fare quello poteva anche mirare a prendere il potere legalmente. Alla fine l’ha scampata per i reati più gravi, ma è finito nei guai per davvero per – figuriamoci! Evasione fiscale.

Evasione fiscale, sì. Ma cosa avevate capito? Stavo parlando di Al Capone.

giovedì 9 dicembre 2010

Ancora sull'ideologia berlusconide


IL BERLUSCONISMO COME IDEOLOGIA/
/SBUGIARDARLI ALLE RADICI - 3


il grande dittatore chaplin


Affronterei ora i primi tre punti dell’ideologia berlusconide , e cioè:
1. “Meno stato, più mercato” è l’idea di fondo del liberismo, che però B. & C. vorrebbero portare a,lle estreme conseguenze con il cosiddetto principio di sussidiarietà: secondo il quale l’intervento statale è lecito solo ed esclusivamente laddove non arriva la mano del mercato a risolvere le questioni.
2. Il privato è sempre meglio del pubblico. La mano pubblica viene identificata come l’origine ed il ricettacolo di ogni nequizia: dalla corruzione all’inefficienza, dai cosiddetti “privilegi” alle infiltrazioni mafiose, eccetera eccetera.
3. L’idolatria dell’imprenditore e del manager: discende direttamente da (a) e (b), e pone al centro dell’azione politica l’uomo d’azienda, simbolo di azione, efficacia, decisionismo, efficienza, competenza. Ne derivano molte “parole d’ordine” , come la locuzione “l’azienda Italia” e l’idea che per risolvere l’inefficienza del settore pubblico occorra mettervi a capo dei manager.
Sul punto 1, non voglio annoiare il lettore su questioni da intenditori, tipo l’eredità di Ricardo, di Adamo Smith e di Keynes. Mi limito a poche riflessioni.
Anzitutto, l’assunto di fondo è che il mercato si autoregoli. Quante volte vi siete sentiti dire che se siamo un regime di concorrenza perfetta tutti se ne giovano? Spesso, vero? “Loro” vi spiegherebbero che in concorrenza perfetta le diverse aziende, per contendersi il favore dei clienti-consumatori, si farebbero in quattro: migliorando la qualità del prodotto e del servizio, ed abbassando i prezzi, proprio per battere la concorrenza.
La logica conseguenza sarebbe che il privato è sempre meglio del pubblico, che operando in regime di monopolio finisce con il disinteressarsi degli utenti-clienti per favorire i propri interessi clientelari e alimentare le sacche di corporativismo, con il solo scopo di mantenere dei parassiti.
Sarebbe tutto vero, se alla prova dei fatti non si fosse rivelato, sin troppe volte, una bufala grossa come una casa. Proprio nei settori di prima necessità (alimentari, energia, sanità, infrastrutture, edilizia, eccetera eccetera) ciò che si verifica quasi sempre è la formazione di cartelli in cui poche grandi aziende si spartiscono la torta, mantengono i prezzi alti e trattano il consumatore da suddito cretino propinandogli un sacco di fregature.
Basti pensare a come siamo trattati dalle banche, dalle assicurazioni, dalle compagnie petrolifere. Basti pensare a come si comportano le grandi multinazionali alimentari (una su tutte, la Monsanto), o a come agiscono le compagnie telefoniche, le grandi imprese di costruzioni. Non dimentichiamo che laddove c’è il corrotto (il politico, il pubblico) c’è anche chi corrompe (l’imprenditore, il privato).
Basti pensare allo sfacelo del territorio, delle risorse, dell’ambiente compiuto da tutte le industrie chimiche del mondo, private o pubbliche senza distinzione.
Basta pensare alla scuola. Sino a fine anni ’80 la nostra istruzione era ai livelli dei migliori paesi del mondo, oggi è in declino. Perché? Per il continuo dirottamento di risorse dal pubblico alle scuole private: che poi nella maggioranza dei casi sono di estrazione cattolica…
Basti pensare alla sanità italiana, che con tutte le sue magagne è ancora di gran lunga migliore rispetto per esempio a quella degli USA (che pure è interamente privata, almeno sino al 31 dicembre 2010). Sul fatto poi che il settore pubblico sarebbe il terreno di coltura ideale per le infiltrazioni mafiose nella società, viene da ridere: forse che i mafiosi non sono imprenditori PRIVATI?
Quanto al presunto monopolio statale, c’è un equivoco di fondo. Non è assolutamente scritto da nessuna parte che un’azienda statale, per il solo fatto di esistere, debba per forza operare in regime di monopolio. Così come non è affatto detto che un settore ad imprenditoria privata non possa conoscere le storture, se non del monopolio, quanto meno dell’oligopolio.
Per finire con l’idolatria dell’imprenditore e del manager: certo, non di rado le aziende private sono economicamente più efficienti di quelle pubbliche. Grazie tante, sono organizzazioni a fini di lucro. E’ logico che le aziende private, se sopravvivono, lo fanno perché hanno i conti in attivo. Mentre quelle pubbliche, non avendo il lucro come scopo, spesso vanno “in rosso” e i loro debiti devono essere ripianati dalla collettività. Grazie tante, ma nel frattempo non si considera mai che sono in rosso anche perché hanno offerto servizio pubblico a prezzi – diciamo così – popolari, redistribuendo di fatto del reddito.
Ma per tornare all’imprenditore e quindi al manager che ne cura gli affari, quello che nessuno diceva mai – e che invece sommessamente molti economisti cominciano a dire – è che la sua efficienza è sempre e solo, prioritariamente, pro domo sua, non certo in favore della comunità. Non c’è alcuna prova che un imprenditore di successo, arrivato al potere, metta la propria efficienza al servizio del bene comune. Assai più probabile che faccia proprio il contrario, ponendo il proprio potere al servizio dei propri interessi.
Non parlo solo di Berlusconi (sarebbe sin troppo ovvio), ma anche della famiglia Bush, che ha scatenato guerre planetarie e alimentato porcherie d’ogni genere pur di favorire i propri affari petroliferi.
La sanità pubblica sarà pure inefficiente, ma scandali come quello della Casa di Cura Santa Rita sono privati.
Sia chiaro, queste mie righe non vogliono essere una apologia del comunismo, i cui disastri sono sotto gli occhi di tutti; sto solo dicendo che da qui, a sostenere che siccome il capitalismo non ha alternative, allora bisogna consentire che il capitalismo si sviluppi nel modo più sregolato e selvaggio possibile, ce ne corre.
In altre parole, non è tanto una questione di assetto (totalmente o parzialmente privato), quanto di etica pubblica. E questa, l’etica pubblica, non può prescindere da due cose: l’educazione civica e regole da far rispettare agli attori del mercato.
Proprio le due cose, signori miei, che Berlusconi ha cercato di distruggere con tutto il proprio impegno.

martedì 16 novembre 2010

Ideologia berlusconide


IL BERLUSCONISMO COME IDEOLOGIA/
/SBUGIARDARLI ALLE RADICI - 2

bugia
Per una volta, partirei dal fondo, cioè dal nr. 15: “se cade il governo si deve ri-votare”, e dal nr. 14: “il capo del governo è l’unica autorità legittimata dal voto popolare.”
Primo, non è vero che sia l’unica: c’è anche il Parlamento. Secondo, dove mai è scritto che in democrazia sono legittimate solo le cariche elettive? I magistrati non sono eletti dal popolo. I commissari di polizia, tanto meno. Non parliamo dei vigili urbani. Ma nemmeno il Presidente della Repubblica è eletto dal popolo. E nemmeno la Corte Costituzionale. Quindi l’idea che la democrazia coincida sic-et-simpliciter con il voto è quanto meno bizzarra. Per fare solo qualche esempio storico, Hitler e Mussolini vennero eletti. In pieno impero romano (un notevole esempio di autocrazia), non poche cariche pubbliche erano elettive (per esempio, gli edili).

Ma soprattutto è bizzarro che “se cade il governo si deve ri-votare”: secondo questo ragionamento, se il Parlamento sfiducia l’esecutivo, viene sciolto - il presupposto quindi è che il parlamento è legittimato a far leggi solo se si trova d'accordo con il capo del governo. Bizzarro, vero? In altri termini, l’organo controllante (il Parlamento) deve star bene attento a quello che fa, perché se osa ritirare la fiducia all’organo controllato (il governo), decade immediatamente. Con tanti saluti al primato del parlamento stesso, che fino a prova contraria è anch’esso eletto dal popolo, ed essendo un organo collegiale è tendenzialmente più democratico della presidenza del consiglio che, per definizione, è una carica occupata da un singolo cittadino.
Ed infatti è proprio qui una delle prime storture del quasi ventennio berlusconico: la pretesa che il parlamento sia semplicemente la stanza delle ratifiche delle decisioni governative, né più né meno qual era il Senato Romano sotto l’Impero (nel periodo repubblicano no, era un’altra storia).

“Ma sulla scheda elettorale c’è indicato il nome del candidato alla presidenza del consiglio”, argomentano alcuni. Certo, e infatti è invalsa la prassi (corretta) di assegnare al candidato della coalizione che ha vinto le elezioni politiche l’incarico di formare il nuovo governo. Ma ciò non toglie che il medesimo, subito dopo, deve ottenere la fiducia di entrambi i rami del Parlamento, proprio perché in Italia l’Esecutivo risponde al Legislativo, e non viceversa. 

Ragionando per ipotesi, supponiamo che la coalizione “X” vinca le elezioni. Il Capo dello Stato incarica quindi il suo candidato, signor Pepito Sbezzeguti, di formare il nuovo governo. Costui lo fa, ma subito dopo, per una botta di megalomania o perché ha bevuto un po’ troppo, si presenta al Parlamento asserendo che il suo governo intende dichiarare guerra alla Germania, combattere la mafia bombardando Palermo, costruire un ponte che congiunga Genova a Olbia e portare a zero le tasse. E’ palese che, in questo caso, la “colpa” non sarebbe certo né dei parlamentari che hanno vinto le elezioni, né tanto meno di quelli – pur democraticamente eletti – che appartengono alla coalizione perdente. Per quale motivo costoro non dovrebbero negare la fiducia a un pazzoide, pena l’immediato ritorno alle urne?

L’esempio che ho fatto è volutamente paradossale, ma se anziché una settimana dopo le elezioni, il governo perde la fiducia dopo due anni, per quale motivo il Parlamento dovrebbe avere meno ragione a negarla?

domenica 14 novembre 2010

Senza titolo



 DEL BERLUSCONISMO COME IDEOLOGIA


BerlusconiManoTesa
(segue)
11. Per quanto riguarda la competitività, siccome non può essere che un suo deficit possa dipendere dall’incapacità o dall’avidità di manager e imprenditori, i colpevoli debbono essere altri. Quindi, ecco di volta in volta il costo del lavoro, la rigidità della contrattualistica giuslavorista, la farraginosità delle nostre leggi, il peso della burocrazia (i famosi “lacci e lacciuoli”).
12. Il fatto che milioni di disgraziati premano alle frontiere del ricco Occidente a causa della fame endemica, dei regimi sanguinari, delle guerre interetniche o a sfondo religioso, non può dipendere dallo sfruttamento dell’Occidente sul Terzo Mondo, né dalla sciagurata ascesa delle multinazionali (ricordate, l’assioma è che dalle imprese non può venire che il Bene), ma solo da una specie di invidia, da parte di popolazioni sottosviluppate e straccione, che invidiano il nostro benessere e vogliono venire a portarcelo via.
13. La democrazia? E’ tollerata se si riduce al rito delle urne, purché svuotato di ogni sostanziale potere di scelta da parte del popolo, a partire dal suo diritto ad essere informato, e a finire con quello di scegliere le facce che andranno in Parlamento. IL resto dell’apparato democratico (i controlli della Corte dei Conti e della Corte Costituzionale, il ruolo di garante del Presidente della Repubblica, la vigilanza da parte della stampa, l’indipendenza della magistratura, il primato del potere legislativo su quello esecutivo, e così via) vengono percepite e fatte percepire come impedimenti all’esercizio del potere esecutivo.
14. Da (13) deriva direttamente che il capo del governo (notare che lo chiamano così, non più solo “presidente del consiglio”) è l’unica autorità legittimata dal voto popolare. Siccome quest’ultimo è tutto ciò che rimane della democrazia, ecco che si cerca di affermare che qualsiasi tentativo di sfiduciare il governo è bollato come manovra di palazzo, se non addirittura come colpo di stato. Ovvio che anche il dettato costituzionale, laddove dice che il parlamentare è eletto senza vincolo di mandato (ciò per assicurare la sua libertà di voto al di là della cosiddetta “disciplina di partito”), è vissuto come un impedimento all’azione demiurgica del Grande Manovratore.
15. Da (14), all’affermare ogni volta che se cade il governo si deve ri-votare, il passo è breve. Ma diventa ancora più breve se a dirlo è un tizio che detiene l’80% del potere di propaganda elettorale…
(continua…)

sabato 13 novembre 2010

Le pericolose idee del signor B.


SBUGIARDARLI ALLE RADICI
berluscorna

Signori,  a quanto pare ci si avvia verso il tramonto politico di Berlusconi. E figuratevi se non ne sono contento.
Tuttavia, avverto la necessità di affrontare taluni argomenti, qui, che non mi sembrano al centro del dibattito. E invece dovrebbero.
Dovrebbero, perché:
  1. Siamo probabilmente alla vigilia di una campagna elettorale decisiva
  2. Anche se B. si avvicina al suo tramonto (incrociamo le dita però perché ancora non è detto, e finché non lo vedo mandare fax da Hammamet, anzi da Antigua,  non ci credo), ciò che è ancor lungi dal tramontare è la sciagurata ideologia che si chiama berlusconismo.
“Ideologia? Ma non erano finite le ideologie?”
Nossignori. B. e soci hanno decretato la fine di due ideologie: il comunismo, per ragioni sin troppo ovvie di convenienza; e il fascismo, per apparente par condicio e per non farsi accusare di fascismo essi stessi.
L'unica ideologia ammessa (all'unica condizione di non chiamarla così) è la loro.

Intendo quindi aprire una serie di post su alcuni presupposti errati che stanno alla base del berlusconismo, smontandoli sul piano teoretico e storico (ma non di rado, persino sul piano della pura e semplice logica).
Il berlusconismo si regge su alcuni assiomi di fondo, che come tali vengono dati per veri a priori, senza bisogno di dimostrazione, e da quelli discende tutta una serie di conseguenze filosofiche e quindi politiche.
Li provo ad enumerare, senza dar loro un ordine particolare.
  1. “Meno stato, più  mercato” è l’idea di fondo del liberismo, che però B. & C. vorrebbero portare a,lle estreme conseguenze con il cosiddetto principio di sussidiarietà:  secondo il quale l’intervento statale è lecito solo ed esclusivamente laddove non arriva la mano del mercato a risolvere le questioni.
  2. Il privato è sempre meglio del pubblico. La mano pubblica viene identificata come l’origine ed il ricettacolo di ogni nequizia: dalla corruzione all’inefficienza, dai cosiddetti “privilegi” alle infiltrazioni mafiose, eccetera eccetera.
  3. L’idolatria dell’imprenditore e del manager: discende direttamente da (a) e (b), e pone al centro dell’azione politica l’uomo d’azienda, simbolo di azione, efficacia, decisionismo, efficienza, competenza. Ne derivano molte “parole d’ordine” , come la locuzione “l’azienda Italia” e l’idea che per risolvere l’inefficienza del settore pubblico occorra mettervi a capo dei manager.
  4. “La lotta di classe è un reperto archeologico.” E’ una vecchia fissazione della destra, che trovò piena attuazione nel sistema corporativo fascista. I poveri e i proletari se ne stiano buoni buoni, che a loro ci pensiamo noi.
  5. Nel frattempo, il governo deve solo badare al benessere delle imprese, perché si può distribuire ricchezza solo se le aziende sono nelle condizioni di produrne. Siccome però lo stato liberista non può intervenire nella libera contrattazione tra gli attori sociali, e la lotta di classe è negata, ecco che ogni rivendicazione sindacale viene delegittimata ed etichettata come “difesa di privilegi”.
  6. “Con la cultura non si mangia”. Credo fosse Goebbels a dire qualcosa di simile, anche se in modo più brutale, negli anni Trenta, quando affermò che ogni volta che sentiva la parola cultura gli veniva voglia di impugnare la pistola. In altre parole, ciò che conta (l’unica cosa che conti davvero) sono i “dané”, ed il successo economico è l’unico mezzo per misurare la qualità dell’essere umano. Le conseguenze di questa impostazione sono devastanti, dallo sfascio della scuola pubblica, dell’Università e della Ricerca, all’abbandono dei beni culturali e paesaggistici, ma anche all’idea che l’istruzione abbia senso solo ed esclusivamente se “prepara al mondo del lavoro”: la scuola non deve più formare cittadini consapevoli, ma tecnici per l’industria ed i servizi (privati, beninteso).
  7. Sarebbe bene avere successo in maniera onesta, ma si sa: siccome la competizione è spietata, e agli imprenditori tocca misurarsi anche con concorrenti non proprio pulitissimi, per stare al passo con i tempi e mantenere profittevoli le imprese occorre mettersi a pagare meno tasse (magari evadendole con il beneplacito del governo), aggirare le norme antinfortunistiche, eccetera.
  8. Siccome le aziende sono in mano agli imprenditori, e gli imprenditori investono in esse solo se si sentono sempre più ricchi (e se guadagnano sempre più a breve termine, e con il minor rischio possibile), occorre far si che gli imprenditori possano guadagnare, guadagnare, guadagnare.  A qualunque costo.  Altrimenti sono legittimati a disinvestire dalle imprese – il che vuol dire tagliare posti di lavoro, e voi di sinistra non vorrete mica una cosa del genere vero?
  9. L’unico progresso della società sta nella crescita economica, quindi, sull’altare della quale occorre sacrificare (o almeno far passare in secondo piano) tutti il resto. Dai diritti civili a quelli sindacali, dalla difesa dell’ambiente alle regole democratiche, dalla progressività della tassazione al welfare state.
  10. Logica (?) conseguenza di tutto quanto sopra è che non importa se a governare è un losco figuro, l'importante è che faccia guadagnare quelli che mettono in moto l'economia.
1 - continua