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giovedì 19 ottobre 2006

La libertà sulla punta della baionetta


Ricordando Guantanamo
Base Navale sulla costa sud-occidentale di Cuba, è sotto amministrazione statunitense dal 1903
L’ONU, chiede che il campo di detenzione e le altre prigioni segrete all’estero, vengano chiuse, sostenendo che violano il diritto internazionale.
Viene chiesto, inoltre all’amministrazione Bush di abbandonare qualsiasi tecnica di interrogatorio che costituisca tortura, è citato il caso del ricorso ai cani per intimorire i detenuti.

E invece:
Nel novembre del 2002 quattro carabinieri del Ros si recarono a Guantanamo per interrogare sei presunti terroristi, detenuti nella prigione, senza una preventiva autorizzazione dell'autorita' giudiziaria. A rivelarlo e' un maresciallo del Ros di Torino che ha deposto, come testimone al processo, davanti ai giudici della prima corte di assise di Milano, a carico di tre algerini, tra i quali l'ex imam di Varese Abdel Majid  Zergout, accusati di associazione eversiva finalizzata al terrorismo internazionale.

"Andammo in quattro a Guantanamo -racconta il maresciallo dell'Arma - tutti del Ros, a interrogare detenuti del campo, nel novembre del 2002, su mandato del Comando generale nella persona del generale Giampaolo Ganzer. Non riferimmo - continua il testimone - alla autorita' giudiziaria nulla sulle nostre attivita' perche' nessuna delle persone che sentimmo rispose alle domande. A Guantanamo venimmo a sapere che eravamo gli ultimi italiani a recarsi in missione per svolgere attivita' investigativa".

 Gli interrogatori ai quali quattro uomini del Ros sottoposero sei detenuti a Guantanamo, nel novembre del 2002, "erano colloqui informali su cui abbiamo preso appunti e redatto dei report; lo scopo era capire se ci fosse un rischio di attentati in Italia", spiega il maresciallo del Ros di Torino. "Nulla di quegli interrogatori - precisa il maresciallo - fu riversato nel processo attuale".
  
Tra le persone interrogate a Guantanamo, secondo la ricostruzione del testimone, c'erano un magrebino e un 18enne marocchino che, di li' a pochi mesi, sarebbe stato rispedito nel paese d'origine. "Di questi detenuti - racconta il maresciallo - uno solo ha parlato sulle sue 'conoscenze' bolognesi". Il testimone riferisce poi "di aver avvertito, in seguito, di quanto successo a Guantanamo, due Pm della Procura di Torino il dottor Tatangelo e il dottor Ausiello che pero', a detta del teste, "hanno fatto finta di non sapere".

Al legale Luca Bauccio che, durante il controesame, gli domanda "se i detenuti avessero risposto, a chi avevate ordine di riferire?", il maresciallo del Ros replica: "Avremmo chiesto ai magistrati di acquisire la documentazione". Ma "non abbiamo detto nulla ne' sul merito, ne' sull'attivita', perche' i detenuti interrogati non hanno risposto - aggiunge a differenza di quanto affermato precedentemente, e cioe' che uno degli interrogati aveva risposto - Facemmo richiesta formale all'Autorita' americana di acquisire i verbali degli
interrogatori che altri investigatori della Polizia italiana avevano effettuato prima di noi. L'Autorita' americana ci rispose che questi interrogatori erano secretati e non ce li mise a disposizione".

RAI24 News
La Stampa Web


(pubblicato dalla coblogger Sabry65)

Gli USA: portatori sani di democrazia


ECCO A CHE PUNTO SIAMO (SONO) ARRIVATI.
Alla faccia di chi diceva che gli USA esportano la democrazia.
Alla faccia di chi diceva che la democrazia USA è un faro per tutto il mondo.
Alla faccia di chi sostiene che la democrazia USA deve difendersi.
Il risultato finale è che lungi dall'esportare la democrazia, Bush ha importato il virus della dittatura.


<B>Guantanamo, Bush firma la legge<br>sui processi per terrorismo</B>
Leggo su  "La Repubblica" (fonte di parte che non adopero normalmente, ma che in questo caso ci relaziona su un fatto davvero accaduto), che Bush, in barba a tutti i pronunciamenti della Corte Suprema, ha deciso bellamente di fregarsene (in ispregio totale degli equilibri cosituzionali tra le istituzioni).
Scrive infatti La Repubblica di ieri:
Visto che la notizia mi ha leggermente indignato, ripeto il mio grido di apertura:

Alla faccia di chi diceva che gli USA esportano la democrazia.
Alla faccia di chi diceva che la democrazia USA è un faro per tutto il mondo.
Alla faccia di chi sostiene che la democrazia USA deve difendersi.
Il risultato finale è che lungi dall'esportare la democrazia, Bush ha importato il virus della dittatura.
Torna su

Washington- Firmata oggi dal presidente Usa Bush la contestata legge sugli interrogatori "duri" contro i sospettati di terrorismo. La legge contempla l'utilizzo di prigioni segrete della Cia, dure pratiche di interrogatorio e processi militari. ''E' un'occasione rara quando un presidente può firmare una legge sapendo che può salvare la vita a degli Americani. Io stamattina ho questo privilegio'', ha detto Bush alla Casa Bianca durante la cerimonia per la firma, fiancheggiato da alti ufficiali militari e dell'intelligence statunitense.
(...)
Il provvedimento protegge i prigionieri nelle mani degli Usa dal ricorso negli interrogatori a qualunque trattamento "crudele e disumano". Nello stesso tempo, non è però previsto per loro il diritto di appellarsi a corti federali negli Usa e non è riconosciuto l''habeas corpus', cioè il ricorso per contestare una detenzione ritenuta ingiusta. Quanto ai processi, sono stati introdotti durante il dibattito in Congresso vari diritti che la Casa Bianca non era in un primo momento disponibile a concedere: il ricorso a fonti di prova estorte con la forza o a materiale coperto dal segreto è stato per esempio fortemente limitato (ma non cancellato).
Fortemente voluta dall'inquilino della Casa Bianca, la nuova legge ha subito durissime critiche da parte dell'opposizione democratica e creato dissensi anche fra i repubblicani, al punto da rendere tortuoso fin qui l'iter di approvazione. La normativa istituisce delle Commissioni militari, ossia dei tribunali speciali (dichiarati illegali dalla Corte suprema lo scorso giugno) per i processi dei detenuti a Guantanamo, e convalida tutte le ''procedure alternative'', ovvero gli interrogatori in segreto e senza garanzie fatti dalla Cia.
(...)

Ci si potrebbe parlare


DESTRA E SINISTRA CIVILI: PROPRIO INCOMPATIBILI??

Leggo, e pubblico dietro gentile autorizzazione dell'Autore, il seguente commento, postato dal forumista "Empereur" (che ringrazio sentitamente) sul forum Storia e Politica:
Essere di destra, a volte, è un calvario.

Il mio "destrismo" è solo un modo di rispecchiare valori che ho fatto miei da anni, ideali astratti: il sacrificio per la propria patria, un nazionalismo moderato che porti ad apprezzare quello che la terra in cui si è nati e si vive senza però sottovalutare lo scambio culturale con altre culture (geografiche o meno), la disciplina, una forte attrazione verso l'istituzione militare e una spasmodica ricerca della legalità, aborrendo ogni forma di illecito. Preferisco aspettare 30 minuti girovagando, piuttosto che occupare per 5 minuti un posto per disabili.

Ora con cosa mi trovo?

Gruppi politici che si dicono di destra, e hanno ben noti collegamenti con cosche mafiose, appoggiandole in maniera neanche tanto velata (come con una manifestazione pro-inutile-ponte); capi-lista processati e condannati; pazzi che propongono di dividere l'Italia; roba che, in breve, di destra non ha proprio nulla.

Fosse solo quello. Orde di ragazzini che pensano che l'unico modo per dimostrare il proprio nazionalismo (in senso moderato, non in maniera autarchica e preminente verso altri popoli e/o nazioni) sia quello di ornarsi con fasci littori, immagini di Mussolini e di Hitler. Mussolini è stato un voltagabbana, pochi anni prima di fondare i fasci di combattimento pugnava per "dar la terra ai contadini". Hitler era un pazzo, che ha fatto leva sulla rabbia della popolazione tedesca umiliata dalle sanzioni post-IGM. Non sono da idolatrare, sono da ignorare. Hanno insozzato per omnia secula seculorum delle ideologie validissime.

sabato 7 ottobre 2006

Era tutto vero.


A proposito di vilipendio...Incollo dal blog di beppe grillo.

Fininvest ha perso la causa per diffamazione contro di me per la pubblicazione di un mio articolo su 'Internazionale' nel gennaio 2004, in cui era accusata di fondi neri e falso in bilancio. Devo dire che non sono contento. Non lo sono perchè la giustizia italiana ha perso tempo per niente, l’ho perso io, il mio avvocato. Le cause di diffamazione di grandi aziende contro privati sono nel migliore dei casi intimidazione. Intasano i nostri tribunali. Mettono a tacere le voci scomode. Ho un paio di proposte: condoniamo tutte le diffamazioni in attesa di giudizio. E depenalizziamo il reato di diffamazione. Un giudice di pace e una multa possono bastare con le scuse pubbliche del diffamatore.
Fininvest però non si rassegna (troppi avvocati) e ha citato un dirigente della Banca d’Italia per danni morali. Un suo amico mi ha inviato questa lettera.

” Desidero rivolgermi a te per un appello di solidarietà che riguarda una persona, mio caro amico da sempre, Francesco Giuffrida.
Per chi non lo ricorda, dirò che Francesco Giuffrida è il coraggioso dirigente della Banca d'Italia (Vice-direttore a Palermo) che su richiesta e incarico della Procura della Repubblica di Palermo ha condotto una accurata e scrupolosa perizia tecnica sui flussi di capitali diretti alla Fininvest, per il processo a Marcello Dell'Utri.
Per questo suo lavoro Francesco dovrà comparire in giudizio il 12 ottobre, citato dalla Fininvest per presunti danni morali. La citazione è arrivata alla vigilia del processo d'appello per Dell'Utri, e in corrispondenza con un altro incarico attribuito, sempre a Francesco, questa volta dalla Procura di Roma, che evidentemente lo ritiene un tecnico assai affidabile, per indagare sui movimenti di capitali legati alla vicenda di Roberto Calvi. "Sembra una minaccia, un modo per zittirlo e intimorirlo al processo" ha dichiarato in giugno un magistrato al giornalista del Corriere Cavallaro. Non solo: la citazione comporta il concreto rischio che tutta la tutta la sua attività di esperto, e le perizie che gli sono state affidate, vengano delegittimate.
Francesco Giuffrida dovrà andare a difendersi di fronte ad un uomo che è stato condannato per mafia, solo per aver fatto il suo lavoro e per averlo fatto bene, e dovrà farlo da solo, visto che nemmeno la Banca d'Italia, ovviamente a conoscenza della sua collaborazione con il tribunale, si è mossa per un 'azione di sostegno, o per tutelarlo in sede di giudizio.
Perchè questo appello? per rompere il silenzio e la solitudine che lo circondano (solo Felice Cavallaro ha scritto un articolo sul Corriere, e un'altro è uscito sulla Repubblica, entrambi in giugno, poi più nessuna informazione), contro il pericolo che questo isolamento, quasi omertoso, può comportare per Francesco e la sua famiglia.
Per questo chiedo a chi leggerà questa lettera di non lasciare solo Francesco e dare il giusto risalto a comportamenti di integrità, rigore personale e coraggio che meritano di essere conosciuti e portati ad esempio.” Giuseppe G.


(su segnalazione del forumista "Tex WIller", che ringraziamo, su Brunik).

Sveglia ragazzi!


Ricevo, e dopo aver sottoscritto, volentieri pubblico, il seguente
APPELLO
CONFLITTO DI INTERESSI: UNA LEGGE RIGOROSA SUBITO!

Sono passati ormai cinque mesi dalle elezioni politiche e manca ancora una legge sul conflitto d´interessi.

Usciamo, sia pure per una manciata di voti, dall´esperienza del governo Berlusconi: un monumento vivente al conflitto d´interessi. Ora occorre senza indugio fare in modo che quell´esperienza sia irripetibile e tutelare la normalità istituzionale secondo canoni applicati in tutte le democrazia più evolute.

La regolamentazione dei conflitti di interesse è infatti parte integrante di ogni ordinamento democratico e tutela un principio fondamentale della democrazia rappresentativa: la garanzia di assoluta imparzialità nell´esercizio delle funzioni di governo, a qualsiasi livello esse siano esercitate. Chiunque svolga una funzione pubblica non può avere interessi personali in contrasto con l´interesse generale.

Sotto questo profilo l´Italia repubblicana non ha dato mai segnali di rigore, e la nostra società appare come una vera selva di conflitti d´interesse. A maggior ragione è necessario un provvedimento che interrompa questo costume. Molti politici dell´Unione ripetono che la legge non può essere punitiva verso Berlusconi. Ma una legge che non impedisca a un monopolista televisivo di esercitare ruoli di governo -e di stabilire, come ha già fatto, leggi a proprio vantaggio- perché dovrebbe essere rispettata da chi ha conflitti d´interesse infinitamente minori?

La legge deve valere per tutti e quindi anche per il caso più clamoroso.

CHIEDIAMO:

  1. una legge che disciplini tutti i conflitti d´interesse e quindi tocchi tutte le funzioni di governo, non solo nello stato ma anche in regioni, province e comuni. La proposta di legge dell´Unione, a firma Franceschini, Migliore, Donati e altri presentata il 7 luglio 2006, non rappresenta a nostro giudizio una risposta adeguata.
  2. una legge che cancelli in modo radicale il sistema del duopolio televisivo (Rai e Mediaset) promuovendo una pluralità di soggetti privati nel segno di una vera concorrenza, e ricostruisca la Rai come autentico servizio pubblico, libero dalla lottizzazione dei partiti.
  3. una legge che stabilisca in modo inequivocabile l´ineleggibilità dei detentori di mezzi di comunicazione o in subordine la loro incompatibilità, che però deve essere assoluta e incondizionata, con qualsiasi ruolo di governo. Il principio guida è inconfutabile: chi esercita un mandato pubblico per volontà dei cittadini elettori non può possedere o controllare strumenti decisivi per orientare in qualsiasi modo e a qualsiasi fine la volontà popolare.
  4. L´abrogazione di tutte le leggi ad personam.
Il governo Prodi appare oggi assorbito e impegnato nell´unico compito del risanamento economico del paese. E da questo punto di vista non esita a chiedere ai cittadini i sacrifici necessari. Ma c´è un risanamento istituzionale che è altrettanto importante e indilazionabile, non richiede costi aggiuntivi, ripristina un principio di legalità che promuove la responsabilità solidale di tutti. Dunque non si può indugiare!

Il confronto su questi temi non può essere limitato alle aule parlamentari, né gli interlocutori principali dell´Unione possono essere proprio coloro che in questi anni si sono resi responsabili delle più vistose manomissioni delle regole democratiche. Chiediamo che attraverso audizioni parlamentari le associazioni della società civile siano ricevute e ascoltate.

I firmatari di questo appello si impegnano a garantire tutta la mobilitazione e la partecipazione necessarie per raggiungere questi obiettivi.
Si può leggere l’appello e se si è d’accordo sottoscriverlo all’indirizzo: http://petizioni.liberacittadinanza.it .

martedì 26 settembre 2006

Cerchiamo di capirli



ESSERE DI DESTRA, OGGI: CHE VUOL DIRE?



Dopo aver chiesto per tutta l'estate, su blogs di destra estrema e non, quali fossero i valori fondanti dell'essere di destra (perché non avevo ben capito), mi ero quasi arreso, avendo ricevuto risposte (quando non insulti) del tutto generiche, tipo "il patriottismo". Ora mi imbatto per caso, in un forum che ahimé è stato poi chiuso per evidente apologia di fascismo, nel testo che riporto qui di seguito.
Non ne condivido quasi nulla personalmente, però ha almeno il pregio, secondo me, dell'onestà intellettuale, senza ricorso al politically correct  o all'ipocrisia. Tengo presente però che proviene dalla destra estrema. Quindi mi piacerebbe molto, se qualche moderato dello schieramento di centrodestra mi dicesse fino a che punto condivide questo testo (che riporto integralmente; ho solo evidenziato in grassetto i passaggi a mio avviso più significativi).
"Perchè non esiste una cultura di destra"

di Adriano Romualdi

Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po' addolorato, un po' sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra si incontra un vuoto quasi completo.

Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose.
Si dice - ad esempio - che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti "impegnati a sinistra" rivedessero il loro engagement.

In tutto questo c'è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d'indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita ali'engagement anche molti che - in clima diverso - sarebbero rimasti neutrali.

Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell'egemonìa ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d'estrazione "sociale". Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell'uomo, dei fini della storia e della società.
Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l'abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d'occhio.

Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un'atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei "valori patriottici", della "morale" il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi.
A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell'energia elettrica o dell'urbanistica, della storia d'Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita.

A destra si brancola nell'incertezza, nell'imprecisione ideologica. Si è "patriottico-risorgimentali" e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l'idea unitaria. Oppure si è per un "liberalismo nazionale" e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l'ordine europeo. O, ancora, si parla di "Stato nazionale del lavoro" e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l'abbiamo già - purtroppo - e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell'elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa "abitudine a leggere".

Ma, mentre l'uomo di sinistra ha anche degli elementi di cultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l'uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l'importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Juenger o di Drieu La Rochelle, ignora il "Tramonto dell'Occidente" né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po' nazionalista e patriota. È solo quando incomincia a parlare di politica che si differenzia: trova che Mussolini era un brav'uomo e non voleva la guerra, e che i films di Pasolini sono "sporchi".

Basta poco ad accorgersi che se a destra non c'è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche.

Che cosa significa essere di destra

Con queste affermazioni che, come tutte le affermazioni veritiere, scandalizzeranno più d'uno, crediamo di aver posto il dito sulla piaga.

Che cosa dovrebbe propriamente significare "esser di destra"?

Esser di destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo.

Esser di destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l'avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose.

Esser di destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto "a ciascuno il suo" non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa.

Infine, esser di destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e - in nome di questa spiritualità e dei suoi valori - accettare la lotta contro la decadenza dell'Europa.

È interessante vedere in che misura questa coscienza di destra sia affiorata nel pensiero europeo contemporaneo. Esiste una tradizione antidemocratica che corre per tutto il secolo XIX e che - nelle formulazioni del primo decennio del XX - prepara da vicino il fascismo. La si può far cominciare con le Reflexions on thè revolution in France in cui Burke, per primo, smascherava la tragica farsa giacobina e ammoniva che "nessun paese può sopravvivere a lungo senza un corpo aristocratico d'una specie o d'un'altra".

In seguito, questa pubblicistica cercò di sostenere la Restaurazione con gli scritti dei romantici tedeschi e dei reazionari francesi.

Si pensi agli aforismi di Novalis, col loro reazionarismo scintillante di novità e di rivoluzione ("Burke hatein revolu-tionàres Buch gegen die Revolution geschrieben"), alle suggestive e profetiche anticipazioni: "Ein grosses Fehler unse-rer Staaten ist, dass man den Staat zu wenig sieht... Liessen sich nicht Abzeichen und Uniformen durchaus einfùhren?". Si pensi ad un Adam Mtiller, alla sua polemica contro l'atomismo liberale di Adam Smith, la contrapposizione di una economia nazionale all'economia liberale. Ad un Gentz, consigliere di Metternich e segretario del Congresso di Vienna, ad un Gòrres, a un Baader, allo stesso Schelling. Accanto a loro sta Federico Schlegel con i suoi molteplici interessi, la rivista Europa, manifesto del reazionarismo europeo, l'esaltazione del Medioevo, i primi studi sulle origini indoeuropee, la polemica coi liberali italiani sul patriottismo di Dante, patriota dell'"Impero" .

Si pensi a un De Maistre, questo maestro della controrivoluzione che esaltava il boia come simbolo dell'ordine virile e positivo, al visconte De Bonald, a Chateaubriand, grande scrittore e politico reazionario, al radicalismo di un Donoso Cortes: "Vedo giungere il tempo delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane". Peraltro, la critica puramente reazionaria aveva dei limiti ben evidenti nella chiusura a quelle forze nazionali e borghesi che ambivano a fondare una nuova solidarietà di là dalle negazioni illuministiche. Arndt, Jahn, Fichte, ma anche l'Hegel de La filosofia del diritto appartengono all'orizzonte controrivoluzionario per la concezione nazional-solidaristica dello Stato, anche se non ne condividono il dogmatismo legittimistico. La chiusura alle forze nazionali (anche là dove, come in Germania, si trovano su posizioni antiliberali) è il limite della politica della Santa Alleanza. Crollato il sistema di Metternich, per la miopìa della concezione di fondo (combattere la rivoluzione con la polizia e restaurando una legalità settecentesca), la controrivoluzione si divide in due rami: l'uno si attarda su posizioni meramente legittimistiche, confessionali, destinate ad esser travolte; l'altro cerca nuove vie e una nuova logica.

Carlyle polemizza contro lo spirito dei tempi, l'utilitarismo manchesteriano ("non è che la città di Manchester sia divenuta più ricca, è che sono diventati più ricchi alcuni degli individui meno simpatici della città di Manchester"), l'umanitarismo di Giuseppe Mazzini ("cosa sono tutte queste sciocchezze color di rosa?"). Egli cerca negli Eroi la chiave della storia e vede nella democrazia un'eclissi temporanea dello spirito eroico.

Gobineau pubblica nel 1853 il memorabile Essai sur l'ine-galité des races humaines fondando l'idea di aristocrazia sui suoi fondamenti razziali. L'opera di Gobineau troverà una continuazione negli scritti dei tedeschi Clauss, Gùnther, Rosenberg, del francese Vacher de Lapouge, dell'inglese H.S. Chamberlain. Attraverso di essa il concetto di "stirpe", fondamentale per il nazionalismo, viene strappato all'arbitrarietà dei diversi miti nazionali e ricondotto all'ideale nordico-indoeuropeo come misura oggettiva dell'ideale europeo.
Alla fine del secolo, la punta avanzata della Destra è nella polemica di Federico Nietzsche contro la civilizzazione democratica. Nietzsche, ancor più di Carlyle e Gobineau, è il creatore di una Destra modernamente "fascista", cui ha donato un linguaggio scintillante di negazioni rivoluzionarie. Nietzschiano è lo scherno dell'avversario, la prontezza dell'attacco, la rivoluzionaria temerità ("was fàllt, das soli man auch stossen"). La parola di Nietzsche sarà raccolta in Italia da Mussolini e d'Annunzio, in Germania da Juenger e Spengler, in Spagna da Ortega y Gasset.
Intanto, anche all'interno del nazionalismo si è operato un "cambiamento di segno". Già nelle formulazioni dei romantici tedeschi la nazione non era più la massa disarticolata, la giacobina nation, ma la società stàndisch, coi suoi corpi sociali, le sue tradizioni, la sua nobiltà. Una società - insegnava Federico Schlegel - è tanto più nazionale quanto più legata ai suoi costumi, al suo sangue, alle sue classi dirigenti, che ne rappresentano la continuità nella storia.
Alla fine del secolo, una rielaborazione del nazionalismo nello spirito del conservatorismo è compiuta. Maurras e Barrés in Francia, Oriani e Corredini in Italia, i pangermanisti e il "movimento giovanile" in Germania, Kipling e Rho-des in Inghilterra, han conferito all'idea nazionale una impronta tradizionalistica e autoritaria. Il nuovo nazionalismo è essenzialmente un elemento dell'ordine.

Fascismo, Nazismo e cultura di destra

Essenzialmente si è detto. Infatti, il mito imprecisato del "popolo" serve ancora a contrabbandare una quantità di idee che di destra non sono. Di qui la scarsa capacità di presa dei regimi fascisti d'Italia e Germania nel campo della cultura. Fascismo e Nazismo, se ebbero chiara la loro contrapposizione ai movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, se osarono far fronte contro il mito borghese e quello proletario, contro capitalismo anglosassone e bolscevismo russo, non riuscirono a creare all'interno dello Stato una cittadella ideologica che potesse sopravvivere alla catastrofe politica.

Basti pensare che in Italia la leadership culturale fu affidata a Gentile, un uomo che seppe pagare di persona, ma -ideologicamente-solo un patriota di spirito risorgimentale, legato a filo doppio col mondo della cultura liberale. Non a caso, tutti i discepoli di Gentile (quelli intelligenti, che contano qualcosa nella cultura), militano oggi in campo antifascista e persino comunista. Chi legga Genesi e struttura della società non può non rimanere perplesso di fronte allo spirito democratico-sociale di quest'opera che, degnamente, culmina nell'ideale bolscevico dell'umanesimo del lavoro. Così, non può meravigliare che un gentiliano come Ugo Spirito si atteggi, di volta in volta, ora a "corporativista", ora a "comunista", senza bisogno di cambiare un rigo di ciò che ha scritto.
In Italia durante il ventennio si parlò molto di patria, di nazione, ma non ci si preoccupò mai di far circolare le idee della più moderna cultura di destra. Il tramonto dell'Occidente di Spengler (che pure Mussolini conosceva nell'originale), Der Arbeiter di Juenger, Der wahreStaat di Spann non furono mai tradotti; romanzi come Gilles di Drieu La Rochelle o I proscritti di von Salomon furono completamente ignorati dalla cultura fascista ufficiale.

In queste condizioni, era naturale che l'opera d'un Julius Evola venisse ignorata. Un libro come Rivolta contro il mondo moderno che, tradotto in Germania, destò grande interesse (Gottfried Benn scrisse di esso: "Un'opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l'Europa con sguardo diverso") in Italia valse come non scritto.

All'ombra del Littorio, dietro la facciata delle aquile e delle divise, continuò a prosperare una cultura neutra, insipida, talvolta fedele al regime per un intimo patriottismo piccolo-borghese, più spesso in celato atteggiamento polemico e sobillatoria. Oggi sono di moda i memoriali alla Zangrandi in cui alcuni mediocri personaggi della politica e del giornalismo si vantano di aver fatto carriera come fascisti senza esserlo in realtà. È evidente la malafede di questi squallidi figuri ma, tra tante menzogne, una verità rimane: la "cultura fascista", quella ufficiale dei Littoriali della gioventù, dietro a una facciata di omaggi adulatori al Duce, al Regime, all'Impero, restava un miscuglio di socialismo "patriottico", di liberalismo "nazionale" e di cattolicesimo "italiano".
Caduta l'identità Italia-Fascismo, crollato nel 1943 il concetto tradizionale di patria, i socialisti "patriottici" sono diventati socialcomunisti, i liberali "nazionali" soltanto nazionali e i cattolici "italiani" democratici cristiani.

È indubbio che l'opportunismo ha contribuito a questa fuga generale, ma è certo che se il Fascismo avesse fatto qualcosa per creare una cultura di destra, un'imprendibile cittadella ideologica, qualcosa ne sarebbe rimasto in piedi. II Nazismo si trovò a lavorare su di una base migliore. La cultura di destra tedesca aveva dietro di sé una prestigiosa serie di nomi, a cominciare dai primi romantici fino a un Nietzsche. Lo stesso Goethe ha lasciato non equivoche parole di sfiducia per l'infatuazione liberale dei suoi tempi. Inoltre, tra il ' 18 e il '33, in Germania era fiorita la cosiddetta "rivoluzione conservatrice" con autori di fama europea: Oswald Spengler ed Ernst Junger, Othmar Spann e Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon ed Hans Grimm sono nomi noti anche fuori dai confini tedeschi. Lo stesso Thomas Mann aveva dato con le Considerazioni di un impolitico un contributo fondamentale alla causa della Destra tedesca.
Anche qui però il mito del "popolo" prese la mano ai governanti e la Gleichschaltung fece ammutolire ogni critica, anche quella costruttiva. Ma, nei confronti del Fascismo, il Nazismo ebbe il merito di costringere la cultura neutra a una resa dei conti. Esso, molto più del regime italiano, ebbe la coscienza di rappresentare un'autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrefazioni e le storture dell'Europa contemporanea. La mostra dell'arte degenerata, il rogo dei libri ebbero, se non altro, un significato ideale rivoluzionario, un carattere di aperta rivolta contro i feticci di un mondo in decomposizione.
Ma anche qui si esagerò; ci si accanì contro personaggi che potevano anche esser lasciati in pace come un Benn, e un Wiechert, mentre a loro volta gli epuratori mostravano tare populiste e giacobine. C'è un libretto intitolato An die Dunkelmaenner unserer Zeit ("Agli oscurantisti del nostro tempo") in cui Rosenberg risponde ai critici cattolici del suo Mythus con una volgarità che non ha nulla da invidiare a Voltaire o ad Anatole France.

Comunque, fu in ambiente nazista che si concepì l'ambizioso progetto di creare un weltanschaulicher Stosstrupp, una "truppa di rottura nel campo della visione del mondo" per aprire un varco nel grigio orizzonte della cultura neutra e borghese.
E la stessa concezione delle SS, il loro superamento del semplice patriottismo tedesco nel mito della razza ariana, la concezione dello Stato come Ordine virile, l'idea d'un impero europeo di nazione germanica, pongono il Nazismo all'avanguardia nella formulazione dei contenuti ideologici d'una pura Destra.

martedì 5 settembre 2006

Ciao capitano


ADDIO A GIACINTO FACCHETTI




Da vecchio milanista, una lacrima dedicata a te, Giacinto.

Caro capitano della "mia nazionale", quella di Mexico '70, del titolo europeo del '68.
"Albertosi, Burgnich, Facchetti; Bertini, Rosato, Cera; Domenghini, Mazzola (Rivera), Boninsegna, De Sisti, Riva"

Le telecronache di Niccolò Carosio...
La TV in bianco e nero, vista coi vecchietti e i compagni di scuola al bar.

Ho iniziato a tifare per i rosso-neri (si scriveva così allora) per simpatia verso i più deboli: anno scolastico 1965-66.
Per pietà verso coloro che venivano presi in giro dai vincitori d'allora, i nero-azzurri...

Per simpatia verso i più poveri (il Milan era la squadra dei salumieri, degli operai, allora, mentre l'Inter era quella dei "ragiunatt", della piccola e media borghesia dell'epoca).

Ma ciò non conta oggi.

Mi rimane nella testa la tua immagine atleticamente stentorea ed elegante. Il tuo incedere impetuoso. Il tuo tiro fulminante.

Ma soprattutto, la tua correttezza.
Mai cattivo, sempre leale, riservato, mai un commento sopra le righe.
Un fulgido esempio di gentiluomo prestato alla pedata.

Quanti ricordi, Giacinto!
Quanto mi mancherai, vecchio e caro avversario.
Addio, vecchio capitano azzurro.