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lunedì 15 luglio 2013

Basta coi razzisti


VA' A CASA TUA, CHE E' MEGLIO




Lega sei alla frutta, fattene una ragione.
Che dire però di Calderoli, se non che è da secoli che affermo che la lega è razzista, e infatti è dal suo ventre che escono con regolarità rutti e rigurgiti razzisti – quando non addirittura neonazisti? Ma c’era bisogno di quest’ultima oscena pagliacciata, di questa demente uscita del porcellatore padano, per giungere a tali conclusioni’ Sono vent’anni, signore e signori, che questi analfabeti, questi violenti demagoghi, questi nazisti inconsapevoli (spero inconsapevoli almeno), ci propinano con impressionante regolarità i loro deliri antiimmigrati, antimeridionali, antiomosessuali, anticomunisti, antieuropei, anti-tutto-ciò-che-par-loro-diverso. E mi son sentito rispondere per vent'anni di non esagerare, che quelle del Bossi erano solo "provocazioni", battute. Dimenticando che anche il nazismo potè attecchire su decenni di provocazioni e battute. E tutto accadeva, in questi vent'anni in Italia, con la compiacente e a volte ghignante e compiaciuta complicità dei sedicenti “moderati”, quelli del PDL. E ahimè, con la colpevole ignavia della sinistra. C’è solo da sperare che la misura sia colma.

A proposito di sinistra, e del PD
Si è detto e scritto di tutto, al riguardo, negli ultimi anni. Credo che il paradosso della sinistra, apparentemente inesplicabile, possa essere riassunto così: in un ventennio in cui la concorrenza (leggi: la destra, il centrodestra italiano) ha dato di sé lo spettacolo peggiore che una forza politica possa dare di sé, dimostrando una incredibile incapacità di governo ma anche una stupefacente indifferenza (se non peggio) verso la Costituzione e le regole democratiche, una forza contrapposta appena normale avrebbe dovuto vincere tutte le elezioni a mani basse. 

Invece la sinistra ha solo saputo dividersi tra imbelli (incapaci persino di denunciare ad esempio il razzismo leghista), massimalisti che oggettivamente favorivano la paura dei komunisti insita nell’elettore medio (vero Bertinotti?) e anime belle, aduse a parlar forbito nei dibattiti rivolti agli intellettuali, ma senza mai farsi sentire dal popolo. 
Come mai?

“La solita, cronica divisione interna che affligge la sinistra dal congresso di Livorno in poi”, si dirà, e in parte è vero. Ma temo ci sia dell’altro. 

Temo che ci sia stata una paura folle. Una paura che indusse la classe dirigente (si fa per dire) del PDS-DS-PD a venire a patti col nemico percependolo “troppo forte”, per cui ci siamo raccontati per vent’anni che “ad attaccare Berlusconi si fa il suo gioco”, che era meglio sorvolare su ineleggibilità, conflitto d’interessi, leggi ad personam e via vomitando, per la paura di venire aggrediti e distrutti dall’enorme potere mediatico-politico-economico del Caimano che, non va dimenticato, disponeva di appoggi potentissimi, dagli USA di Bush al Vaticano ai salotti buoni della finanza italiana e - quand'era al governo - degli immancabili Servizi deviati. 
Un fondo di verità quindi c’era, e la paura aveva un suo fondamento, visti i casi Boffo e Mitrokin, per non parlare dell’intercettazione a Fassino.
Ma porca vacca, avrei voluto vedere un partito con la schiena dritta. Perché potevamo perdere uguale, come è stato per vent’anni. Ma c’è modo e modo.


PS. Ciò non toglie che ritornerei a votare PD su una gamba sola, se si votasse domani. L’alternativa è regalare il Paese ai soliti noti.

mercoledì 30 gennaio 2013

Sì bella e perduta - pensieri di un patriota di sinistra

FRATELLI D'ITALIA


Ragazzi, sarà che sto invecchiando.
Ma sta di fatto che più i capelli imbiancano e le rughe avanzano, più vedo le magagne del mio Paese, e più lo amo e mi commuovo quando sento l'Inno.
Tra l'altro, ho scoperto su You tube che gli stranieri apprezzano molto il nostro inno nazionale, mentre noi lo consideriamo - musicalmente - un po' scarsino.

Ma tantè: è il nostro, e io - che vuoi farci? - quando lo sento mi emoziono, mi commuovo.
E credo anche di sapere perché.

Maggio-giugno 1976, Friuli: brigata Julia, ottavo reggimento, seconda compagnia.
Una sera, qualche settimana dopo il terremoto di Gemona, eravamo in tendopoli e si era organizzata una festa per risollevare il morale ai profughi.

Canti popolari, scenette, lazzi, balli.
Alla fine, prima del silenzio, l'inno nazionale.
Completo, mica le due strofette che cantano i calciatori.

E allora una magia -sarà che non avevo vent'annni...
Ma me la ricordo ancora.

Pompieri, scout, soldati, alpini, senzatetto e profughi, feriti e sani, soldati americani che venivano dalla base Nato più vicina, crocerossine, infermieri, volontari, medici, preti,...
Tutti quanti in piedi, sotto le stelle, alla brezza di maggio, napoletani e milanesi, valdostani e "furlàn", romani e siculi, comunisti e democristiani, ci stringemmo attorno alla bandiera, cantando "l'italia s'è desta".
E non c'era bisogno d'altre parole, la bandiera e la Costituzione non avevano bisogno d'altro.

Fratelli, non sempre dello stesso parere, ma fratelli nella ricostruzione e nel soccorso.
E mentre vedevo, sull'attenti, l'ammmainabandiera, quella notte pensavo a mio nonno prigioniero degli Austriaci nel '15-'18, e pensavo a mio padre partigiano...

E sotto il mio cappello d'alpino, sotto i caschi dei pompieri, sotto la croce rossa cucita sui camici, sotto il cappello da bersagliere o l'elmetto da fante, sotto i miseri vestiti che il terremotato friulano aveva ricevuto in dono da Napoli o da Roma, batteva  la stessa emozione.

Poi è arrivato Bossi, e Berlusconi ha sdoganato i fascisti.
Ricordiamocelo, il 24 e 25 febbraio.

Auguri, Italia.

lunedì 31 dicembre 2012

Auguri

BUON ANNO ITALIA


Entro nel solito tabaccaio per comprare i miei sigari e il tabacco da pipa, e vedo un bel cartello, con su scritto: "Fatemi capire, i Maja hanno parlato della fine del mondo o di un anno di merda?" All'autore del cartello un bell'otto per la sintesi. In effetti il 2012 non è stato esaltante, direi. Ma non è colpa sua. Sono venuti al pettine i nodi di decenni di sperperi, aggravati da un ventennio di seconda repubblica (voto: tre) e da quasi un decennio di potere berlusconiano (voto: zero).

Ma è il momento di dare le pagelle.

Berlusconi: zero. Ondivago lo è sempre stato, ma ultimamente riesce a dire tutto e il suo contrario addirittura nella stessa intervista, nella stessa frase. Candido Monti, ma mi fa schifo. Caondiderei Alfano, ma scendo in campo io al suo posto perché lui non ci ha il quid. Il legame con la Lega è essenziale per vincere e battere i komunisti, ma possiamo vincere anche senza la Lega. Ho lasciato il potere per senso di responsabilità ma ho lasciato il potere perché travolto da un komplotto. Previsione: non arriva al venti per cento. Abbiamo visto che nel 2006 riuscì a recuperare il 6-7% di svantaggio in una campagna elettorale interminabile (da novembre ad aprile), e aveva ben altro appeal a destra di quanto ne abbia oggi, aveva l'appoggio del Vaticano e dei poteri forti, aveva alleata una Lega che viaggiava attorno al 10% (il venti, al Nord, il che gli diede il pareggio al Senato). Oggi ha meno appeal, meno tempo a disposizione, ha perso tutti gli appoggi, se avrà la Lega alleata, questa oggi vale il 5%. Inoltre è accerchiato. Non ha più solo da guardarsi dai Komunisti, ma anche da Monti e persino da Beppe Grullo. Quindi è disperato. C'è da aspettarsi che sfoderi qualche dossier falso su Monti o Bersani, come già fece con Fassino e Prodi.

Maroni:sei di incoraggiamento, giusto perché si ritrova per le mani un partito allo sbando. Recpuerare consensi non sarà facile per lui. Può sperare di conservare la Lombardia solo se si allea con Berlusconi, ma è un grosso rischio perché rischia la rivolta interna e la marginalizzazione definitiva. Previsione: non supera il sei per cento, se gli va bene.

Monti: troppo presto per giudicare. Se riuscirà a non cedere ai relitti umani presenti nell'UDC e a presentare liste pulite; se riuscirà ad aprire davvero al centrosinistra dopo le elezioni (perché c'è poco da dire, ci vorrebbe per lui un miracolo per superare il PD), allora meriterà otto. Anche perchè ha messo al primo posto dell'agenda-giustizia il conflitto d'interessi. Previsione: tra il venti e il venticinque, con buone probabilità di fare da ago della bilancia al Senato.

Bersani: otto per le primarie, cinque per le cose che sta dicendo su Monti. Gli attacchi preventivi verso di lui, benché condotti per ora con un certo garbo, non li capisco. Sarà una legislatura costituente, si spera, e avrà quindi bisogno dei centristi. Ha un vantaggio, secondo i sondaggi, blindato. Non ci capisce perché imposti la campagna contro Monti e non contro Berlusconi, che - non va dimenticato - per quanto ferito e politicamente morente rimane il grande nemico dell'Italia e va sconfitto de-fi-ni-ti-va-men-te. Ora, io capisco che bisogna pur far vedere che non si è montiani sennò si rischia di perdere voti a sinistra , si fa incazzare SEL e s'ingrassa Beppe Grullo, ma che bisogno c'è di infiammare i rapporti con il centro? Se si finisce a litigare col centro, Bersani, mi spiace, ma hai cominciato tu. Previsioni: non meno del 30%, più probabilmente attorno al 35. Se non fa cazzate.

Vendola: sei, in recupero. Sta moderando il suo massimalismo e ciò gli fa onore. Si spera che al di là delle trombonate che deve sparare per far stare buoni i suoi elettori più rossi e incazzati, si comporti nei fatti in modo più ragionevole di, per dirne uno, Bertinotti (due alla memoria). Previsioni. tra il sei e l'otto per cento.

Casini: otto alla furbizia, quattro in trasparenza. Che diavolo vuol dire che sarai lieto di sottoporre le tue candidature a Bondi, però i candidati dell'UDC li sceglie l'UDC? La vecchia ambiguità di democristiano non se ne vuole proprio andare, eh? Ha avuto l'acume di lasciare per primo Berluska al suo destino (tre a me, per la rima), un lustro fa, però ne è stato per una dozzina d'anni un reggicoda dei più fedeli. Lo stesso si può dire di Fini, con l'aggravante che se n'è andato dal PDL assai più tardi.

Montezemolo? Quattro. L'ho già detto altrove: http://www.blogger.com/blogger.g?blogID=2947502949930589969#editor/target=post;postID=3757766158098018410
"Un altro manager/imprenditore "prestato" alla politica, con un bel programma neoliberista, che ha passato la sessantina, è ossessionato dalla propria immagine, e si rivolge ai moderati "che non vogliono consegnare il Paese alla sinistra". 
Questa devo averla già sentita.
(…)
Certo, sempre meglio che un pazzoide puttaniere corrotto e corruttore, amico dei fascisti e dei razzisti, con una certa tendenza all'egocrazia. "

Grillo( voto zero. E basta.

venerdì 25 maggio 2012

Se la sinistra non ride, la destra piange

COSA VERRA' DOPO L'IMPLOSIONE 
DEL BERLUSCONISMO


E insomma dai, c'è da divertirsi.

A) In casa PDL
Alfano si presenta in conferenza stampa, dopo che il PDL è praticamente sparito dalle amministrazioni locali, per commentare il tutto. Ci riesce senza pronunciare una sola volta la parola "sconfitta". Berlusconi non sa che pesci pigliare. Depresso, demoralizzato, comunque sempre più preoccupato per i suoi processi e la "roba" di famiglia, tenta di mantenere in vita la sua creatura politica, il partito di plastica, con il polmone d'acciaio. 
Accanimento terapeutico puro. Intanto spera di guadagnare tempo, le elezioni politiche ci saranno tra dieci mesi. Un nuovo predellino non si può fare, e lui non ci può più mettere la faccia (anche perché sennò stavolta, altro che il modellino della madonnina, gli tirano...).

Ha ragione però a dire che il Grillume gli sottrae elettori. E allora pensa di fare un listone civico. Patetico. Anche ammesso, alle prossime elezioni - se non s'inventa qualche altra diavoleria delle sue - rischia la cannibalizzazione: listone civico più PDL tra il 15 e il 20%, e senza uno straccio d'alleato. Ben gli sta.

B) In casa Lega
Giramento di Maroni generale. Al congresso di luglio ne vedremo delle belle. non sono così sicuro che il vecchiaccio di Gemonio voglia farsi da parte. Se non lo fa, la Lega ne esce balcanizzata, una bella guerra civile interna e rischia di sparire per davvero. Se non è già sparita. Adesso pensano di non andare al Parlamento (quello vero, di Roma, non la pagliacciata di Mantova), per aventinizzarsi nelle amministrazioni locali - le poche che son rimaste leghiste. Può essere un'idea per ritornare alle origini e ri-radicarsi nel territorio.
Nel frattempo, a me italiano e patriota, l'idea di non averli più lì a legiferare le loro cazzerie, beh, devo dirlo? Mi fa star bene, ecco.

C) In casa PD
Il solito casino. Riescono a non vincere anche quando vincono. Adesso sembra che persino D'Alema si stia convincendo che allearsi al centro non sarebbe un buon affare. Nel frattempo ripetono per l'ennesima volta da quindici anni che si devono rinnovare con una proposta politica forte e di programma. L'avessero fatto anziché ripetuto, non sarebbero in queste condizioni. Speriamo bene.

D) In casa Grillo
Adesso si ride. Eh già, perché ora che i cinquestelluti cominciano a conquistare qualche poltrona, i nodi verranno al pettine. Come si fa a essere partito di lotta e di governo, per dire, è una cosa difficilissima, che ha schiantato gente più tosta di loro. Come si fa a essere un movimento che si candida e che vince le elezioni, sì, ma senza struttura né gerarchia, con un Grillo fra i piedi?
Si perché a Grillone devono molto (se non ci fosse stato lui, col cavolo...), però al di là delle dichiarazioni formali è un bel ducetto pure lui.

E) In casa Terzo Polo
Casini, che aveva fiutato la fine del Berlusconismo con un lustro d'anticipo e infatti s'è smarcato con un tempismo che Fini non ha avuto (e infatti lo sta pagando), visti i risultati delle amministrative ha staccato la spina al Terzo Polo. Rutelli? Non pervenuto.
Penso che sopravviverà solo l'UDC, magari cambiando nome per l'ennesima volta, nella speranza di essere ancora una volta "l'ago della bilancia".

F) Arriva Montezemolo
Un altro manager/imprenditore "prestato" alla politica, con un bel programma neoliberista, che ha passato la sessantina, è ossessionato dalla propria immagine, e si rivolge ai moderati "che non vogliono consegnare il Paese alla sinistra". 
Questa devo averla già sentita.
Ma è capace che l'elettorato di destra abbia trovato un Berlusconi beneducato, magari non eversivo. E allora siamo a posto.
Ho idea che il prossimo avversario possa benissimo essere lui.
Certo, sempre meglio che un pazzoide puttaniere corrotto e corruttore, amico dei fascisti e dei razzisti, con una certa tendenza all'egocrazia.
Ma voglio vederlo, Luca Cordero, come farà a coalizzare davvero l'area ex-PDL senza vellicare le loro tendenze anti-tasse, anti-immigrati, anti-ordine, anti-Europa, e via discorrendo.

Teniamoli d'occhio.


sabato 7 aprile 2012

E adesso tentenna.

SE NE VA, O FORSE NO.





Ha dato delle dimissioni, dice lui, "irrevocabili" da segretario federale della Lega. Pochi minuti dopo però accetta di buon grado la carica di presidente del partito (quello di prima, un Carneade qualsiasi, viene gentilmente invitato ad andarsene e bisogna insistere tre volte perché lo faccia, il che la dice lunga sulla leadership di Bossi al momento attuale).


Non contento, non ha ancora deciso al riguardo però potrebbe ricandidarsi alla segreteria nel prossimo congresso autunnale. Staccare le chiappe dalla poltrona evidentemente è difficile anche per lui.
Ma diamogli tempo, capire davvero che la sua parabola politica è terminata non è facile.
Saranno i fatti a farglielo capire, più presto che tardi.

venerdì 6 aprile 2012

Simul stabunt, simul cadent


FINE DI UN MITO


1. Una delle mie speranze è stata, da una ventina d’anni, di campare abbastanza a lungo da assistere alla fine politica di Berlusconi e del berlusconismo, da una parte, e di Bossi e del leghismo dall’altra.
Figuriamoci se adesso non mi rallegri: non perché anche nella Lega ci siano i soliti ladri e corrotti (lo si sapeva da un pezzo, solo non era emerso da un’indagine di questa portata), ma perché finalmente la cosa è emersa agli occhi dell’opinione pubblica. E’ la fine del mito della Lega degli onesti che si contrappone alla Roma ladrona e corrotta. La fine del mito razzista della presunta superiorità morale antropologicamente fondata della “gente padana”, onesta e lavoratrice ma che evade le tasse per sedicente legittima difesa.

2. A parte l’umana pietà per la malattia  che lo colpì otto anni fa, non ho mai nascosto l’orrore che mi fa da sempre un lugubre individuo come Umberto Bossi, né il disprezzo profondo che sento per le sue “idee”: dissoluzione della Patria, egoismo localista, razzismo a piene mani, incoraggiamento della violenza, contiguità col neofascismo, appoggio strumentale a un partito eversore, il PDL, che ha fatto entrare la corruzione, il furto, l’illegalità e la sopraffazione nei salotti buoni della politica, anzi nella stanza dei bottoni, senza vergogna e anzi consegnando le chiavi del palazzo e della cosa pubblica a una banda che non si sa se sia più incompetente o più disonesta.

Non provo quindi nessuna simpatia per quest’uomo, e nessuna fiducia nella sua presunta onestà.
Ma non posso fare a meno di pensare che dopo la sua menomazione sia stato mantenuto artificialmente in vita dal punto di vista politico dalla cricca che lo circondava, un po’ come accadeva ai segretari del PCUS (chi si ricorda il Breznev degli ultimi anni, ormai incapace di reggersi in piedi e probabilmente anche di intendere e volere, ma sempre presente nell’iconografia ufficiale?).

Adesso, tradito da una famiglia che si è approfittata un po’ troppo del suo lassismo morale e della sua fiducia, si dimette, con un gesto di innegabile dignità e con la solita astuzia politica, nella speranza che ciò riduca i danni sul piano elettorale – il 6 maggio è ormai alle porte.
Sotto sotto, è possibile che covi la speranza di continuare a comandare lui – del resto lo hanno prontamente eletto presidente onorario della Lega, per acclamazione. Come Silvio.

Dietro a due astri al tramonto, o forse già tramontati, ribollono le lotte intestine per la successione in due partiti che, orfani delle loro leadership storiche, sono in piena crisi d’identità.
C’è da sperare che quello che nascerà dalle macerie della vecchia Lega, e da quelle del vecchio PDL, sia più pulito, meno becero, e soprattutto più civile, non più incline ad ascoltare le sirene dell’eversione populista.

lunedì 19 marzo 2012

Italia 1919-1994: una tentazione dura a morire

ALLARMANTE ATTUALITA'




Dal PNF (Partito Nazionale Fascista) al PDL. Da Benedetto XV a Benedetto XVI.
Historia magistra vitae.

sabato 3 marzo 2012

Avanti il prossimo.


E DOPO BENITO E SILVIO...?


Un raduno di Balilla


Boh, sarà che a quasi  53 anni comincio ad avere la sensazione (ahi ahi…) di aver già visto tutto.
Ma sta di fatto che in questo periodo mi sembra di essere in qualche modo tornato al ’91-’92. Massì, dài, mi riferisco a quel diffuso sentimento di incazzatura, di disillusione, che derivava dallo spettacolo indecoroso della politica sul finire della Prima Repubblica.  Qualunquismo a tonnellate (per la serie: “è tutto un magna magna, son tutti uguali” - oggi lo chiamerei “tuttugualismo”).

Ma anche la speranza. Allora essa era riposta dai più (e da me tra loro) nell’opera meritoria e donchisciottesca della Magistratura (“Di Pietro facci sognare”). Oggi nella ritrovata serietà di un governo di cui si può lecitamente dire di tutto, meno che non sia – finalmente – un governo normale, degno di stare alla pari con quelli degli altri Paesi europei e non solo.

E allora?
E allora niente, insieme alla speranza – vuoi vedere che stavolta ci trasformiamo in un Paese decente, dopo tutto l’Italia ha dato il meglio di sé nelle Ricostruzioni – insieme alla speranza, dicevo, ho paura.
Si, perché dalle macerie della Prima Repubblica sorse, anziché un’Italia più onesta, il potere del Cavaliere Nero, che devastò per quasi vent’anni il mio Paese con attentati alla Costituzione e ai diritti civili, con lo sdoganamento del peggiore razzismo e del più becero neofascismo, con una politica economica folle e classista, ma anche con una politica estera da barzelletta. Un potere che non so se passerà alla Storia più per il malaffare, peggiore persino che con Craxi e Andreotti, o per la sua incapacità ed inettitudine (e su questo, ahimé, non c’è confronto se non, forse, nel regime fascista).

Proprio come era già avvenuto nel periodo ’19-’22 (e chi ha studiato la Storia non ha bisogno di spiegazioni).
Mi viene da chiedermi, con angoscia crescente, a chi adesso toccherà raccogliere il testimone di Benito e Silvio. Ci toccherà il solito dittatorucolo da strapazzo? O il solito ladro matricolato? O ancora, il solito cialtrone incapace ma bravissimo a incantare le masse? O un concentrato di tutte e tre le cose, come è successo con il bungabunghista di Arcore?

Poi penso che però la temperie storica è diversa.  Forse la borghesia italiana, il Vaticano, gli USA, i poteri forti, hanno capito che è meglio un Monti, per i loro interessi, che un Berlusconi.
Berlusconi, mi dico, non è più al potere (ne ha ancora, di potere, ma una cosa è avere potere e un’altra è essere al potere, non so se mi spiego): ma non ha ancora lasciato la scena politica, e con lui nemmeno l’altro cialtrone, Bossi. Questo rappresenta un bel “tappo” elettorale, visto che messi insieme rappresentano ancora un terzo dei voti… E quindi non c’è spazio, per ora, né per qualcosa di peggio (???) né per qualcosa di uguale ma apparentemente diverso.

Forse non mi resta che augurare alla Lega, e al PDL un lunga, lunghissima agonia.
Magari, nel frattempo, si diventa davvero un Paese normale. Forza Italia.

venerdì 30 dicembre 2011

Pirlolalìa


E' ORA  DI  FINIRLA

Bossi insulta Napolitano: "Terùn" "Ci siamo rotti, la Padania ci sarà"

D'accordo, non sorprende più che questa specie di balilla verdevestito si rivolga ai suoi delirando di secessioni. Specie ora, che null'altro gli resta da dire, dopo aver governato in modo truffaldino e demenziale per nove degli ultimi undici anni, appoggiando tutte le nequizie del suo capriccioso padroncino di Arcore.

Ma a tutto c'è un limite, e io - non so voi - ne ho davvero le tasche piene.
Sono stufo di non sentirmi a casa mia - l'Italia - a Milano perché c'è una banda di fessacchiotti con le corna in testa, la camicia verde e la libreria piena di polenta taragna che insistono a dire che la Padania esiste.

Sono stufo di vedere cartelli stradali con scritto Varès anziché Varese, di leggere "Padania libera" sui cavalcavia e sui muri della mia terra.
Sono stufo di dover specificare che non sono leghista ogni volta che mi scappa una frase in dieletto - e me  càpita de spess.

Sono stufo di sentire stronzate come questa: "Il presidente della Repubblica - ha detto il Senatur dal palco - è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del nord", o questa, con riferimento alle guerre per l'unità nazionale "tutti i giovani morti stavolta sparerebbero dall'altra parte".
O ancora, e soprattutto, questa "Noi dobbiamo andare a Milano a confermare che con le buone o le meno buone che Padania sarà: adesso ci siamo rotti le balle".
Eh no, bossino sciocchino, sono io che mi sono rotto le balle: di te e dei tuoi borghezi.

Con le buone o con le meno buone? Che fai,  verdeoliva dei miei stivali: minacci? Ma lo sai o non lo sai che al nord, se va bene, hai il 20% dei consensi, che nemmeno la lega è maggioranza relativa, e che nemmeno tra quel 20% sono tanti quelli che vogliono la tua indipendenza al gorgonzola?

Ma quando lo faremo smettere di sparare vaccate? 

martedì 26 settembre 2006

Cerchiamo di capirli



ESSERE DI DESTRA, OGGI: CHE VUOL DIRE?



Dopo aver chiesto per tutta l'estate, su blogs di destra estrema e non, quali fossero i valori fondanti dell'essere di destra (perché non avevo ben capito), mi ero quasi arreso, avendo ricevuto risposte (quando non insulti) del tutto generiche, tipo "il patriottismo". Ora mi imbatto per caso, in un forum che ahimé è stato poi chiuso per evidente apologia di fascismo, nel testo che riporto qui di seguito.
Non ne condivido quasi nulla personalmente, però ha almeno il pregio, secondo me, dell'onestà intellettuale, senza ricorso al politically correct  o all'ipocrisia. Tengo presente però che proviene dalla destra estrema. Quindi mi piacerebbe molto, se qualche moderato dello schieramento di centrodestra mi dicesse fino a che punto condivide questo testo (che riporto integralmente; ho solo evidenziato in grassetto i passaggi a mio avviso più significativi).
"Perchè non esiste una cultura di destra"

di Adriano Romualdi

Uno dei motivi che più ricorrono sulla nostra stampa e nelle conversazioni del nostro ambiente è la condanna del massiccio allineamento a sinistra della cultura italiana. Questa condanna viene formulata in tono un po' addolorato, un po' sorpreso, quasi fosse innaturale che la cultura si trovi ormai schierata da quella parte mentre a destra si incontra un vuoto quasi completo.

Di solito si cerca di rendersi ragione di questo stato di cose con spiegazioni a buon mercato, quel tipo di spiegazioni che servono a tranquillizzare sé stessi e permettono di restare alla superficie delle cose.
Si dice - ad esempio - che la cultura è a sinistra perché là si trova la maggior quantità di danaro, di case editrici, di mezzi di propaganda. Si dice anche che basterebbe che il vento cambiasse perché molti "impegnati a sinistra" rivedessero il loro engagement.

In tutto questo c'è del vero. Una cultura, o meglio, la base di lancio di cui una cultura ha bisogno, è anche organizzazione, danaro, propaganda. È indubbio che lo schiacciante predominio delle edizioni d'indirizzo marxista, del cinema socialcomunista, invita ali'engagement anche molti che - in clima diverso - sarebbero rimasti neutrali.

Ma ciò non deve farci dimenticare la vera causa del predominio dell'egemonìa ideologica della Sinistra. Esso risiede nel fatto che là esistono le condizioni per una cultura, esiste una concezione unitaria della vita materialistica, democratica, umanitaria, progressista. Questa visione del mondo e della vita può assumere sfumature diverse, può diventare radicalismo e comunismo, neoilluminismo e scientismo a sfondo psicoanalizzante, marxismo militante e cristianesimo positivo d'estrazione "sociale". Ma sempre ci si trova di fronte ad una visione unitaria dell'uomo, dei fini della storia e della società.
Da questa comune concezione trae origine una massiccia produzione saggistica, storica, letteraria che può essere meschina e scadente, ma ha una sua logica, una sua intima coerenza. Questa logica, questa coerenza esercitano un fascino sempre crescente sulle persone colte. Non è un mistero per nessuno il fatto che un gran numero di docenti medii ed universitari è comunistizzato, e che la comunistizzazione del corpo insegnante dilaga con impressionante rapidità. E, tra i giovani che hanno l'abitudine di leggere, gli orientamenti di sinistra guadagnano terreno a vista d'occhio.

Dalla parte della Destra nulla di questo. Ci si aggira in un'atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei "valori patriottici", della "morale" il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi.
A sinistra si sa bene quel che si vuole. Sia che si parli della nazionalizzazione dell'energia elettrica o dell'urbanistica, della storia d'Italia o della psicoanalisi, sempre si lavora a un fine determinato, alla diffusione di una certa mentalità, di una certa concezione della vita.

A destra si brancola nell'incertezza, nell'imprecisione ideologica. Si è "patriottico-risorgimentali" e si ignorano i foschi aspetti democratici e massonici che coesistettero nel Risorgimento con l'idea unitaria. Oppure si è per un "liberalismo nazionale" e si dimentica che il mercantilismo liberale e il nazionalismo libertario hanno contribuito potentemente a distruggere l'ordine europeo. O, ancora, si parla di "Stato nazionale del lavoro" e si dimentica che una repubblica italiana fondata sul lavoro l'abbiamo già - purtroppo - e che ridurre in questi termini la nostra alternativa significa soltanto abbassarsi al rango di socialdemocratici di complemento. Forse gli uomini colti non sono meno numerosi a destra che a sinistra. Se si considera che la maggior parte dell'elettorato di destra è borghese, se ne deve dedurre che vi abbondano quelli che han fatto gli studi superiori e dovrebbero aver contratto una certa "abitudine a leggere".

Ma, mentre l'uomo di sinistra ha anche degli elementi di cultura di sinistra, e orecchia Marx, Freud, Salvemini, l'uomo di destra difficilmente possiede una coscienza culturale di destra. Egli non sospetta l'importanza di un Nietzsche nella critica della civiltà, non ha mai letto un romanzo di Juenger o di Drieu La Rochelle, ignora il "Tramonto dell'Occidente" né dubita che la rivoluzione francese sia stata una grande pagina nella storia del progresso umano. Fin che si rimane nella cultura egli è un bravo liberale, magari un po' nazionalista e patriota. È solo quando incomincia a parlare di politica che si differenzia: trova che Mussolini era un brav'uomo e non voleva la guerra, e che i films di Pasolini sono "sporchi".

Basta poco ad accorgersi che se a destra non c'è una cultura ciò accade perché manca una vera idea della Destra, una visione del mondo qualitativa, aristocratica, agonistica, antidemocratica; una visione coerente al di sopra di certi interessi, di certe nostalgie e di certe oleografie politiche.

Che cosa significa essere di destra

Con queste affermazioni che, come tutte le affermazioni veritiere, scandalizzeranno più d'uno, crediamo di aver posto il dito sulla piaga.

Che cosa dovrebbe propriamente significare "esser di destra"?

Esser di destra significa, in primo luogo, riconoscere il carattere sovvertitore dei movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, siano essi il liberalismo, o la democrazia o il socialismo.

Esser di destra significa, in secondo luogo, vedere la natura decadente dei miti razionalistici, progressistici, materialistici che preparano l'avvento della civiltà plebea, il regno della quantità, la tirannia delle masse anonime e mostruose.

Esser di destra significa in terzo luogo concepire lo Stato come una totalità organica dove i valori politici predominano sulle strutture economiche e dove il detto "a ciascuno il suo" non significa uguaglianza, ma equa disuguaglianza qualitativa.

Infine, esser di destra significa accettare come propria quella spiritualità aristocratica, religiosa e guerriera che ha improntato di sé la civiltà europea, e - in nome di questa spiritualità e dei suoi valori - accettare la lotta contro la decadenza dell'Europa.

È interessante vedere in che misura questa coscienza di destra sia affiorata nel pensiero europeo contemporaneo. Esiste una tradizione antidemocratica che corre per tutto il secolo XIX e che - nelle formulazioni del primo decennio del XX - prepara da vicino il fascismo. La si può far cominciare con le Reflexions on thè revolution in France in cui Burke, per primo, smascherava la tragica farsa giacobina e ammoniva che "nessun paese può sopravvivere a lungo senza un corpo aristocratico d'una specie o d'un'altra".

In seguito, questa pubblicistica cercò di sostenere la Restaurazione con gli scritti dei romantici tedeschi e dei reazionari francesi.

Si pensi agli aforismi di Novalis, col loro reazionarismo scintillante di novità e di rivoluzione ("Burke hatein revolu-tionàres Buch gegen die Revolution geschrieben"), alle suggestive e profetiche anticipazioni: "Ein grosses Fehler unse-rer Staaten ist, dass man den Staat zu wenig sieht... Liessen sich nicht Abzeichen und Uniformen durchaus einfùhren?". Si pensi ad un Adam Mtiller, alla sua polemica contro l'atomismo liberale di Adam Smith, la contrapposizione di una economia nazionale all'economia liberale. Ad un Gentz, consigliere di Metternich e segretario del Congresso di Vienna, ad un Gòrres, a un Baader, allo stesso Schelling. Accanto a loro sta Federico Schlegel con i suoi molteplici interessi, la rivista Europa, manifesto del reazionarismo europeo, l'esaltazione del Medioevo, i primi studi sulle origini indoeuropee, la polemica coi liberali italiani sul patriottismo di Dante, patriota dell'"Impero" .

Si pensi a un De Maistre, questo maestro della controrivoluzione che esaltava il boia come simbolo dell'ordine virile e positivo, al visconte De Bonald, a Chateaubriand, grande scrittore e politico reazionario, al radicalismo di un Donoso Cortes: "Vedo giungere il tempo delle negazioni assolute e delle affermazioni sovrane". Peraltro, la critica puramente reazionaria aveva dei limiti ben evidenti nella chiusura a quelle forze nazionali e borghesi che ambivano a fondare una nuova solidarietà di là dalle negazioni illuministiche. Arndt, Jahn, Fichte, ma anche l'Hegel de La filosofia del diritto appartengono all'orizzonte controrivoluzionario per la concezione nazional-solidaristica dello Stato, anche se non ne condividono il dogmatismo legittimistico. La chiusura alle forze nazionali (anche là dove, come in Germania, si trovano su posizioni antiliberali) è il limite della politica della Santa Alleanza. Crollato il sistema di Metternich, per la miopìa della concezione di fondo (combattere la rivoluzione con la polizia e restaurando una legalità settecentesca), la controrivoluzione si divide in due rami: l'uno si attarda su posizioni meramente legittimistiche, confessionali, destinate ad esser travolte; l'altro cerca nuove vie e una nuova logica.

Carlyle polemizza contro lo spirito dei tempi, l'utilitarismo manchesteriano ("non è che la città di Manchester sia divenuta più ricca, è che sono diventati più ricchi alcuni degli individui meno simpatici della città di Manchester"), l'umanitarismo di Giuseppe Mazzini ("cosa sono tutte queste sciocchezze color di rosa?"). Egli cerca negli Eroi la chiave della storia e vede nella democrazia un'eclissi temporanea dello spirito eroico.

Gobineau pubblica nel 1853 il memorabile Essai sur l'ine-galité des races humaines fondando l'idea di aristocrazia sui suoi fondamenti razziali. L'opera di Gobineau troverà una continuazione negli scritti dei tedeschi Clauss, Gùnther, Rosenberg, del francese Vacher de Lapouge, dell'inglese H.S. Chamberlain. Attraverso di essa il concetto di "stirpe", fondamentale per il nazionalismo, viene strappato all'arbitrarietà dei diversi miti nazionali e ricondotto all'ideale nordico-indoeuropeo come misura oggettiva dell'ideale europeo.
Alla fine del secolo, la punta avanzata della Destra è nella polemica di Federico Nietzsche contro la civilizzazione democratica. Nietzsche, ancor più di Carlyle e Gobineau, è il creatore di una Destra modernamente "fascista", cui ha donato un linguaggio scintillante di negazioni rivoluzionarie. Nietzschiano è lo scherno dell'avversario, la prontezza dell'attacco, la rivoluzionaria temerità ("was fàllt, das soli man auch stossen"). La parola di Nietzsche sarà raccolta in Italia da Mussolini e d'Annunzio, in Germania da Juenger e Spengler, in Spagna da Ortega y Gasset.
Intanto, anche all'interno del nazionalismo si è operato un "cambiamento di segno". Già nelle formulazioni dei romantici tedeschi la nazione non era più la massa disarticolata, la giacobina nation, ma la società stàndisch, coi suoi corpi sociali, le sue tradizioni, la sua nobiltà. Una società - insegnava Federico Schlegel - è tanto più nazionale quanto più legata ai suoi costumi, al suo sangue, alle sue classi dirigenti, che ne rappresentano la continuità nella storia.
Alla fine del secolo, una rielaborazione del nazionalismo nello spirito del conservatorismo è compiuta. Maurras e Barrés in Francia, Oriani e Corredini in Italia, i pangermanisti e il "movimento giovanile" in Germania, Kipling e Rho-des in Inghilterra, han conferito all'idea nazionale una impronta tradizionalistica e autoritaria. Il nuovo nazionalismo è essenzialmente un elemento dell'ordine.

Fascismo, Nazismo e cultura di destra

Essenzialmente si è detto. Infatti, il mito imprecisato del "popolo" serve ancora a contrabbandare una quantità di idee che di destra non sono. Di qui la scarsa capacità di presa dei regimi fascisti d'Italia e Germania nel campo della cultura. Fascismo e Nazismo, se ebbero chiara la loro contrapposizione ai movimenti scaturiti dalla rivoluzione francese, se osarono far fronte contro il mito borghese e quello proletario, contro capitalismo anglosassone e bolscevismo russo, non riuscirono a creare all'interno dello Stato una cittadella ideologica che potesse sopravvivere alla catastrofe politica.

Basti pensare che in Italia la leadership culturale fu affidata a Gentile, un uomo che seppe pagare di persona, ma -ideologicamente-solo un patriota di spirito risorgimentale, legato a filo doppio col mondo della cultura liberale. Non a caso, tutti i discepoli di Gentile (quelli intelligenti, che contano qualcosa nella cultura), militano oggi in campo antifascista e persino comunista. Chi legga Genesi e struttura della società non può non rimanere perplesso di fronte allo spirito democratico-sociale di quest'opera che, degnamente, culmina nell'ideale bolscevico dell'umanesimo del lavoro. Così, non può meravigliare che un gentiliano come Ugo Spirito si atteggi, di volta in volta, ora a "corporativista", ora a "comunista", senza bisogno di cambiare un rigo di ciò che ha scritto.
In Italia durante il ventennio si parlò molto di patria, di nazione, ma non ci si preoccupò mai di far circolare le idee della più moderna cultura di destra. Il tramonto dell'Occidente di Spengler (che pure Mussolini conosceva nell'originale), Der Arbeiter di Juenger, Der wahreStaat di Spann non furono mai tradotti; romanzi come Gilles di Drieu La Rochelle o I proscritti di von Salomon furono completamente ignorati dalla cultura fascista ufficiale.

In queste condizioni, era naturale che l'opera d'un Julius Evola venisse ignorata. Un libro come Rivolta contro il mondo moderno che, tradotto in Germania, destò grande interesse (Gottfried Benn scrisse di esso: "Un'opera la cui importanza eccezionale apparirà chiara negli anni che vengono. Chi la legge si sentirà trasformato e guarderà l'Europa con sguardo diverso") in Italia valse come non scritto.

All'ombra del Littorio, dietro la facciata delle aquile e delle divise, continuò a prosperare una cultura neutra, insipida, talvolta fedele al regime per un intimo patriottismo piccolo-borghese, più spesso in celato atteggiamento polemico e sobillatoria. Oggi sono di moda i memoriali alla Zangrandi in cui alcuni mediocri personaggi della politica e del giornalismo si vantano di aver fatto carriera come fascisti senza esserlo in realtà. È evidente la malafede di questi squallidi figuri ma, tra tante menzogne, una verità rimane: la "cultura fascista", quella ufficiale dei Littoriali della gioventù, dietro a una facciata di omaggi adulatori al Duce, al Regime, all'Impero, restava un miscuglio di socialismo "patriottico", di liberalismo "nazionale" e di cattolicesimo "italiano".
Caduta l'identità Italia-Fascismo, crollato nel 1943 il concetto tradizionale di patria, i socialisti "patriottici" sono diventati socialcomunisti, i liberali "nazionali" soltanto nazionali e i cattolici "italiani" democratici cristiani.

È indubbio che l'opportunismo ha contribuito a questa fuga generale, ma è certo che se il Fascismo avesse fatto qualcosa per creare una cultura di destra, un'imprendibile cittadella ideologica, qualcosa ne sarebbe rimasto in piedi. II Nazismo si trovò a lavorare su di una base migliore. La cultura di destra tedesca aveva dietro di sé una prestigiosa serie di nomi, a cominciare dai primi romantici fino a un Nietzsche. Lo stesso Goethe ha lasciato non equivoche parole di sfiducia per l'infatuazione liberale dei suoi tempi. Inoltre, tra il ' 18 e il '33, in Germania era fiorita la cosiddetta "rivoluzione conservatrice" con autori di fama europea: Oswald Spengler ed Ernst Junger, Othmar Spann e Moeller van den Bruck, Ernst von Salomon ed Hans Grimm sono nomi noti anche fuori dai confini tedeschi. Lo stesso Thomas Mann aveva dato con le Considerazioni di un impolitico un contributo fondamentale alla causa della Destra tedesca.
Anche qui però il mito del "popolo" prese la mano ai governanti e la Gleichschaltung fece ammutolire ogni critica, anche quella costruttiva. Ma, nei confronti del Fascismo, il Nazismo ebbe il merito di costringere la cultura neutra a una resa dei conti. Esso, molto più del regime italiano, ebbe la coscienza di rappresentare un'autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrefazioni e le storture dell'Europa contemporanea. La mostra dell'arte degenerata, il rogo dei libri ebbero, se non altro, un significato ideale rivoluzionario, un carattere di aperta rivolta contro i feticci di un mondo in decomposizione.
Ma anche qui si esagerò; ci si accanì contro personaggi che potevano anche esser lasciati in pace come un Benn, e un Wiechert, mentre a loro volta gli epuratori mostravano tare populiste e giacobine. C'è un libretto intitolato An die Dunkelmaenner unserer Zeit ("Agli oscurantisti del nostro tempo") in cui Rosenberg risponde ai critici cattolici del suo Mythus con una volgarità che non ha nulla da invidiare a Voltaire o ad Anatole France.

Comunque, fu in ambiente nazista che si concepì l'ambizioso progetto di creare un weltanschaulicher Stosstrupp, una "truppa di rottura nel campo della visione del mondo" per aprire un varco nel grigio orizzonte della cultura neutra e borghese.
E la stessa concezione delle SS, il loro superamento del semplice patriottismo tedesco nel mito della razza ariana, la concezione dello Stato come Ordine virile, l'idea d'un impero europeo di nazione germanica, pongono il Nazismo all'avanguardia nella formulazione dei contenuti ideologici d'una pura Destra.