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sabato 31 dicembre 2011

E diciamoci la verità

"GIORGIO, AIUTACI A 
TOGLIERLO DI TORNO"


Adesso, ovviamente, smentiscono: prima il Quirinale, poi il governo tedesco negano recisamente ciò che ha scritto il Wall Street Journal. 
Ma, sia detto tra noi, io invece credo che sia andata proprio come sostiene il quotidiano.
Perché a me sembra assai verosimile che la Cancelliera si sia appellata, sull'orlo della disperazione, al nostro Capo dello Stato.

Del resto, mi sembra probabile che, sia pure con tutte le cautele, i riguardi istituzionali del caso e nei limiti consentiti dall'etichetta diplomatica, la Merkel, Sarkozy e magari anche i Muppets, insomma i potenti della Terra, dopo aver constatato esterrefatti che in Italia non si poteva destituire un incapace, maniaco megalomane, pluriprocessato, che rimaneva attaccato alla poltrona con i denti (sì, deve averli anche là sotto) e soprattutto comperandosi i parlamentari, si siano appellai a Napolitano per una sorta di exit strategy.

Ma credo anche che Napolitano, garbatamente, abbia loro risposto picche, nel senso che deve averli disillusi: "la Costituzione non mi assegna alcun potere di destituzione, né diretta né indiretta", deve aver loro risposto.
"Allora almeno dacci Monti, per il dopo. Noi pensiamo a dargli l'ultima spallata. Come? Ridendogli in faccia davanti a tutta la stampa internazionale."

Il grande buffone seppellito da una risatina.
Una fine politica degna di lui.


PS: scherzo, eh? Ma fino a un certo punto. Buon 2012.

venerdì 30 dicembre 2011

Pirlolalìa


E' ORA  DI  FINIRLA

Bossi insulta Napolitano: "Terùn" "Ci siamo rotti, la Padania ci sarà"

D'accordo, non sorprende più che questa specie di balilla verdevestito si rivolga ai suoi delirando di secessioni. Specie ora, che null'altro gli resta da dire, dopo aver governato in modo truffaldino e demenziale per nove degli ultimi undici anni, appoggiando tutte le nequizie del suo capriccioso padroncino di Arcore.

Ma a tutto c'è un limite, e io - non so voi - ne ho davvero le tasche piene.
Sono stufo di non sentirmi a casa mia - l'Italia - a Milano perché c'è una banda di fessacchiotti con le corna in testa, la camicia verde e la libreria piena di polenta taragna che insistono a dire che la Padania esiste.

Sono stufo di vedere cartelli stradali con scritto Varès anziché Varese, di leggere "Padania libera" sui cavalcavia e sui muri della mia terra.
Sono stufo di dover specificare che non sono leghista ogni volta che mi scappa una frase in dieletto - e me  càpita de spess.

Sono stufo di sentire stronzate come questa: "Il presidente della Repubblica - ha detto il Senatur dal palco - è venuto a riempirci di tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del nord", o questa, con riferimento alle guerre per l'unità nazionale "tutti i giovani morti stavolta sparerebbero dall'altra parte".
O ancora, e soprattutto, questa "Noi dobbiamo andare a Milano a confermare che con le buone o le meno buone che Padania sarà: adesso ci siamo rotti le balle".
Eh no, bossino sciocchino, sono io che mi sono rotto le balle: di te e dei tuoi borghezi.

Con le buone o con le meno buone? Che fai,  verdeoliva dei miei stivali: minacci? Ma lo sai o non lo sai che al nord, se va bene, hai il 20% dei consensi, che nemmeno la lega è maggioranza relativa, e che nemmeno tra quel 20% sono tanti quelli che vogliono la tua indipendenza al gorgonzola?

Ma quando lo faremo smettere di sparare vaccate? 

Retaggi di un'onda nera calante

AVEVANO MESSO UN FASCISTA A RAPPRESENTARE L'ITALIA.
PROFESSOR MONTI, LO RICHIAMI.



Leggo con orrore e sdegno, sul sito di Libertà e Giustizia, quanto segue:

Al Ministro degli Esteri: un simpatizzante del fascismo non può rappresentare l’Italia anti-fascista

30 dicembre 2011 - 3 Commenti »
Massimo Marnetto
Il Tricolore italiano
Ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata,
le scrivo per manifestare il grave imbarazzo e la profonda indignazione che provoca in molti di noi cittadini amanti della Costituzione, sapere che sia tollerato il comportamento di Mario Vattani, console italiano in Giappone, di esplicita apologia del fascismo, quando nel tempo libero canta canzoni di apprezzamento della Repubblica di Salò e spera di “alzare presto la bandiera nera”.
Qui non si tratta di “una questione personale” come ha tentato di minimizzare con inspiegabile leggerezza il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari.
Infatti, Mario Vattani – in arte Katanga quando canta inni all’eversione – si pone contro il dettato dell’art. 54 della Costituzione, che vincola tutti i cittadini al  dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione.
Inoltre, come titolare di delicate funzioni pubbliche di rappresentanza diplomatica, il Vattani-Katanga ha “il dovere di adempierle con disciplina ed onore”, come prescrive sempre l’art.54 della Carta.
Per questi gravi e comprovati motivi, le chiediamo di provvedere affinché Mario Vattani sia rimosso al più presto dalla sua funzione, come segno di intransigente rispetto dei valori costituzionali, nati dal superamento della tragedia fascista.
Con vigilanza democratica.
Sono poi andato a verificare: questo lurido individuo rappresenta l'Italia a Tokio dal luglio scorso. Scusate, non mi ricordo bene: da chi era guidato allora il Ministero degli Esteri? E chi era Presidente del COnsiglio?

sabato 24 dicembre 2011

Auguri



A tutti coloro che si ostinano a credere all'Italia
A chi dovrebbe essere in Italia un ospite, invece è un perseguitato
A chiunque ancora creda nell'Europeismo
A te, che aborrisci il neoliberismo e credi nel Welfare
A chi ritenendosi un patriota aborrisce la Lega
A chi crede nella cultura e quindi aborrisce la Lega
A chi crede nella solidarietà e quindi aborrisce la Lega
A chi teme il razzismo e quindi aborrisce la Lega 
A chi fa il tifo perché Monti ce la faccia
A chi sa che l'Euro è la nostra speranza
A chi ritiene che il federalismo sia una bufala
A chi pensa che Berlusconi abbia rappresentato il peggior disastro che poteva accadere
A chi pensa che non ci possa essere giustificazione per gli evasori
A chi pensa che non ci sono femmine e maschi, ma persone

UN SERENO NATALE E UN 2012 
DI SPERANZA

A tutti gli altri, auguro di cambiare idea

venerdì 23 dicembre 2011

Lessico del degrado


COSA VUOL DIRE "SFIGATO"



Sembra un piccolo dettaglio, ma a me non pare piccolo.
Sento sempre più spesso, in bocca agli adolescenti, l’espressione “sfigato”. Niente di strano in sé, anche noi alla loro età usavamo questo vocabolo un po’ scurrile, sia pur con minore frequenza.
Il fatto è che oggi i ragazzi ne fanno un uso improprio.
Il termine deriva dal volgare “sfiga”, che sta per “sfortuna”: quindi “sfigato” significa “sfortunato", e in tale accezione lo si è sempre inteso almeno sino ad alcuni anni fa, infatti lo si diceva non di rado in tono compassionevole nei confronti di chi veniva definito tale.

Oggi no: il più delle volte viene pronunciato con disprezzo., e se si sta attenti al contesto delle frasi in cui il termine viene inserito, ci si accorge che nel gergo dei ragazzi d’oggi non significa più “sfortunato”, bensì “perdente”.
A parte che l'essere perdenti, in sé, non dovrebbe costituire ragione di disprezzo, visto che a tutti può capitare di perdere, anche senza demerito, qualche altra considerazione s'impone.

A me la cosa fa semplicemente rabbrividire, perché sottintende tutto un sistema di (dis)valori imperante. Sei povero? Allora sei sfigato, quindi perdente, non meriti la nostra compassione perché in qualche modo il tuo destino te lo sei meritato. Lo stesso vale per chi è grasso, maldestro, timido, disoccupato, eccetera.


La prima conseguenza è che la società non riconosce più il dovere di sostenere i bisognosi: la situazione di bisogno si tramuta in un verdetto senza appello. Il vecchio adagio "poveri ma onesti" non costituisce più motivo di orgoglio, ma di emarginazione.

Corollario: non è “sfigato” chi ha successo (non importa come).
Ci sarà da lavorare con questi ragazzi, dopo la fine del berlusconismo e l’auspicabile tramonto del neoliberismo e della telecrazia.

mercoledì 21 dicembre 2011

Sempre sull'art. 18


BASTA CON LE FALSITA''
SULL'ARTICOLO 18




Leggo sul sito de La Repubblica di ieri, a firma Carlo Clericetti, un interessante articolo sull’art. 18.
Non è frequente che in Italia un giornalista argomenti per dati e per fatti, e questa è una lodevole eccezione, così ne cito i passaggi più illuminanti.


La Repubblica 20 dicembre 2012

L'ANALISI

L'articolo 18 tra fatti e propaganda
di CARLO CLERICETTI

(…) Chi dice che "in Italia non si può licenziare" mente sapendo di mentire. L'articolo 18 vieta esclusivamente i licenziamenti individuali, cioè di quella particolare persona, "senza giusta causa o giustificato motivo". (…) Nei ruggenti anni '70 i magistrati tendevano a dar quasi sempre ragione al lavoratore, anche contro l'evidenza dei fatti (colpa comunque non della norma in sé, ma di come era applicata). Ma l'aria è cambiata da un pezzo, tanto nel paese che tra i magistrati, e oggi l'esito di queste cause non è affatto scontato. Quindi, licenziare una persona si può, se ci sono giusta causa o giustificato motivo.

Lo Statuto dei lavoratori si applica soltanto nelle aziende che abbiano più di 15 dipendenti, quindi riguarda circa la metà dei lavoratori dipendenti. E' stato affermato più volte, in passato, che questo costituisce un freno alla crescita dimensionale delle imprese, che è uno dei problemi della nostra economia. E' semplicemente falso: se così fosse, si dovrebbe riscontrare una discontinuità nel numero delle aziende per classe dimensionale, con un addensamento appena sotto i 15 dipendenti (quelle che "non crescono" per non ricadere nell'applicazione dello Statuto). Invece nessun dato conforta questa affermazione. (Infatti il 95% delle imprese italiane si colloca sotto i dieci, non i quindici, dipendenti, aggiungo io.) Quanto ai licenziamenti per motivi economici  -  cioè perché l'azienda è in difficoltà  -  si possono fare eccome, come tutti purtroppo hanno potuto constatare specialmente da quando è scoppiata questa ultima crisi.

(…) nessuno ha mai dimostrato perché mai la possibilità del licenziamento individuale andrebbe a favore di chi il lavoro non ce l'ha o subisce la piaga del precariato. Nessuno ha mai spiegato perché mai sarebbe questa la via per far aumentare i posti di lavoro. 

L'argomento oggi più utilizzato per sostenere l'abolizione è quello del "dualismo" del mercato del lavoro, diviso tra coloro che sarebbero "iperprotetti" e coloro invece che sono privi di tutte o quasi le protezioni. In quest'ultima condizione si trova la maggioranza dei giovani, il che permette di sostenere un'altra tesi insensata, e cioè che le garanzie conquistate dai padri vanno a scapito dei figli.

Si tratta, appunto, di nient'altro che pessima propaganda. A prescindere dal fatto che, come si è ricordato, circa la metà dei dipendenti non è coperta dallo Statuto dei lavoratori (e certo non sono tutti giovani), c'è un motivo molto semplice per la prevalenza tra i giovani delle forme di contratto precarie: la "Legge Treu", ossia il primo pacchetto di norme che ha introdotto varie tipologie di contratti diverse da quello fino ad allora standard, ossia il contratto a tempo indeterminato, è relativamente recente, del 1997. Le tipologie sono state ulteriormente aumentate dalla legge 30 del 2003 (quella impropriamente definita "Legge Biagi": altro colpo propagandistico). Da allora sono state utilizzate prevalentemente queste forme contrattuali, ed è ovvio che vi siano incappati coloro che entravano sul mercato del lavoro, appunto i giovani.

Ma perché questi nuovi contratti (che sono un numero abnorme: ben 46, come ricorda la Cgil) sono così tanto preferiti al vecchio? Il primo e più importante motivo è che costano molto meno. In molti casi non si ha diritto a ferie, e nemmeno alla malattia. Il carico contributivo, che per i contratti a tempo indeterminato è all'aliquota del 33%, per questi contratti all'inizio era addirittura al 10, e poi negli anni è stata progressivamente aumentata ed è arrivata (dal 2010) al 26,72%, comunque ancora meno di quella standard. Ovviamente, essendo tutti contratti a termine, consentono la massima flessibilità nell'uso della forza lavoro senza alcun problema né normativo né economico.

Questi "contratti senza diritti" hanno favorito o no un boom dell'occupazione? (…) Tra il '97 e il 2008 (inizio della crisi e massimo storico dell'occupazione) gli occupati sono cresciuti di 3,225 milioni. Ricordiamo che gli "occupati", secondo la definizione Istat (dalle cui serie storiche sono stati estratti questi dati), sono coloro che hanno svolto almeno un'ora di lavoro retribuito nella settimana della rilevazione. Prendiamo un altro periodo di 11 anni, cominciando dal 1970, anno di entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori: tra il '70 e l'81 l'aumento è stato di 1,425 milioni, meno della metà. Naturalmente stiamo valutando questa variazione alla luce di una sola variabile, quella dei cambiamenti contrattuali (e peraltro solo i più rilevanti) senza considerare tutti gli altri aspetti della congiuntura che possono aver pesato. Ma insomma, se si afferma che il problema più serio è l'articolo 18, almeno per avere un'idea è legittimo farlo.

Confrontiamo ora un altro dato, le unità di lavoro. In questa definizione le posizioni lavorative a tempo parziale, principali o secondarie, sono aggregate in modo da formare posizioni a tempo pieno. Quindi si conta, in questo caso, quanti posti di lavoro a tempo pieno ci sono. Dal '97 al 2008 le unità di lavoro sono aumentate di 2 milioni e 268.000. Ma la "tara" di questa cifra è costituita innanzitutto dalla grande ondata di regolarizzazione degli immigrati (circa 700.000); e poi si può supporre che sia stata in questo modo regolarizzata una qualche quantità di lavori che altrimenti sarebbero rimasti in nero: effetto non disprezzabile ma certo non una svolta epocale. Vediamo ora cosa è successo tra il '70 e l'81. Le unità di lavoro sono aumentate di 2 milioni e 110.000: quasi la stessa quantità, e senza regolarizzazioni di immigrati, nonostante l'entrata in vigore del "terribile" articolo 18. 

Che cosa se ne può concludere? Che  i 46 nuovi tipi di contratti "precari" non hanno generato una creazione di posti di lavoro (quelli li crea la crescita, non le regole contrattuali), ma hanno solo sparpagliato su più persone pezzi di lavoro peggio retribuito ed assistito.

Ma almeno, questo grande aumento della flessibilità nell'uso del lavoro è andato a vantaggio della competitività? Anche in questo caso la risposta è negativa, come tutti sanno. Peraltro, è anche noto che la produttività delle imprese è direttamente correlata alla loro dimensione, ossia sono le più grandi ad essere più produttive. Le più grandi: ossia quelle in cui si applica lo Statuto dei lavoratori con il suo bravo articolo 18. Il che dovrebbe far venire per lo meno qualche dubbio sul fatto che l'uso del fattore lavoro sia l'elemento determinante rispetto a produttività e competitività.

E dunque: è giustissimo proporsi di eliminare il dualismo del mercato del lavoro, ma non è stato finora avanzato un solo motivo valido a sostegno del fatto che ciò debba avvenire riducendo i diritti di quella parte che li ha ottenuti con un lungo e travagliato processo storico. L'unico motivo a cui si può pensare è  -  non a caso  -  non detto. Che cioè la libertà di licenziamento possa servire per liberarsi progressivamente dei lavoratori più anziani (quelli stessi a cui si è appena elevata l'età di pensionamento), che hanno il difetto di aver maturato retribuzioni mediamente più elevate, assumendo al loro posto i giovani "a basso costo". Se è così si capirebbe che cosa voglia effettivamente dire che "la protezione dei padri toglie il lavoro ai figli". Ma certo l'impatto psicologico è un po' diverso.

C'è comunque in tutto questo un altro fattore davvero singolare. Non è mai stata la Confindustria  -  tranne ai tempi del berlusconiano D'Amato  -  a guidare la crociata contro l'articolo 18. Questo è un tema caro alla cultura di destra, con l'appoggio di alcune personalità che, pur collocandosi nello schieramento di centro-sinistra, di quella cultura hanno evidentemente subito l'egemonia culturale. Anche questo dovrebbe far sorgere qualche dubbio sulla rilevanza per l'economia dell'articolo 18. Si spera che il governo dei tecnici rifletta bene prima di impegnarsi in questa battaglia.

Condivido al 100%. Per tutti questi motivi, e alla luce delle proposte di P.Ichino, tengo d'occhio il governo e il Parlamento: se tutto si riduce al tentativo di abolire l'articolo 18, proprio non ci siamo. Se invece lo si vuole riformare, all'interno di un complessivo riassetto normativo della materia, è doveroso discuterne senza pregiudizi a sinistra. Ma nemmeno a destra, eh.

martedì 20 dicembre 2011

Ancora sull'articolo 18


QUANDO LICENZIARE E' LECITO?
Le proposte di Pietro Ichino



Per ragioni professionali, ne mastico, quindi vorrei fare un po' di chiarezza. 
La legge 300/1970 (il famoso “Statuto dei Lavoratori”) prevede, all’articolo 18, che il licenziamento di un lavoratore sia legittimo in presenza di “giusta causa” o “giustificato motivo”.
Cosa significa?
E’ “giusta causa” se il comportamento del lavoratore è stato tale da incrinare irrimediabilmente la fiducia che l’azienda riponeva in lui. In proposito esiste una giurisprudenza molto articolata e ormai consolidata, che fa ricomprendere tra questi comportamenti la presenza di gravi violazioni del contratto di lavoro o degli obblighi previsti dal Codice Civile (come nel caso dell’insubordinazione). Insomma, è legittimo che l’azienda ti licenzi se può dimostrare che proprio l’hai fatta grossa (per esempio hai messo le mani addosso a un collega, un cliente o un superiore, o ti sei rifiutato di fare il tuo lavoro).

Il caso del “giustificato motivo” è differente, e si divide in “giustificato motivo soggettivo” (cioè che dipende ancora dal comportamento del lavoratore) od “oggettivo” (determinato cioè da situazioni di fatto che non hanno a che vedere con il suo comportamento).
Il giustificato motivo soggettivo si ha quando, pur non in presenza delle gravi violazioni cui abbiamo fatto cenno riguardo alla giusta causa, sussistono comunque rilevanti inadempimenti, come nel caso dello scarso rendimento: vale a dire che devi esserti comportato “abbastanza male”.
Quanto “abbastanza”? Anche questo aspetto è minuziosamente descritto, ma nel contratto di lavoro e non nell’art. 18 – ad esempio è stabilito quante volte il lavoratore deve aver reiterato la violazione dei propri obblighi perché la sanzione estrema del licenziamento sia legittima.

Il giustificato motivo oggettivo invece si configura nel caso in cui, ad esempio per una situazione di crisi, il datore di lavoro non abbia più lavoro da dare a quel lavoratore. In questa malaugurata eventualità, egli deve dimostrare che il lavoratore non può essere reimpiegato in altre mansioni equivalenti, e non può assumere nessun altro al suo posto per almeno sei mesi (almeno questa era la giurisprudenza sino a pochi anni fa, a quanto ne so, ma non può essere cambiata di molto).

Le sanzioni previste per il datore di lavoro che abbia licenziato illegittimamente qualcuno sono il reintegro del lavoratore nel posto di lavoro (o un congruo risarcimento stabilito dal giudice), se l’azienda ha almeno 15 dipendenti, o il solo risarcimento se i dipendenti sono meno di 15.

Come si vede, non è vero che con l’attuale normativa non si possa licenziare. Ciò che rende difficile farlo è soprattutto il fatto che l’onere della prova sia a carico del datore di lavoro, il che ha consentito, specie negli anni dal ’70 al 2000 all’incirca, che i giudici del lavoro fossero non di rado eccessivamente garantisti verso il lavoratore.
Detto ciò, Ichino propone semplicemente di non prevedere il reintegro nel caso di giustificato motivo oggettivo, bensì un congruo risarcimento. Ma propone anche di estendere l’efficacia dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, compresi i “parasubordinati” (cioè al popolo delle partite IVA, e ai Collaboratori a Progetto).

A voi sembra scandalosa come proposta?
A me no.
C’è una bella differenza tra ciò che Ichino propone e l’abolizione dell’articolo 18 pura e semplice.